34° giorno di scrittura collettiva


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Sofia ora si sentiva vittima di una congiura,tutti sembravano essere contro di lei. Voltò le spalle a suo zio e strinse forte gli occhi come faceva da bambina quando qualcosa era troppo grande per lei o la feriva. Poi tutto crollò in un suono lungo e straziante,il cuore del suo falso padre aveva smesso di battere.

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Svolgimento esercizio 77. Vincenzo


Link al testo dell’esercizio http://wp.me/p4eAld-5i

Porca miseria urlai, sferrando un pugno arrabbiato al volante. In quel preciso istante pensai alle tante volte nelle quali mi ero vantato di saper guidare anche meglio di Alonso. In venti anni di patente, di non aver preso nemmeno una multa per aver sgarrato l’orario del parcheggio.
E che ti combino? Vado a tamponare quello che mi precede. Ma quando si è fermato questo qua davanti? Quando diavolo ha frenato che me lo ricordavo a dieci metri di distanza appena un secondo prima? Poi l’autoconsolazione o forse, l’autocommiserazione di chi già ha trovato quella pezza a colore ti fa dire che sicuramente se ne andava in giro con gli stop rotti. Ora scendo e vediamo chi ha ragione. Incazzato nero, ferito nell’orgoglio e perché immaginavo il premio assicurativo che lievitava mi è parso di sentire una voce che mi diceva che ero stato proprio un bello stronzo. Che dopo tredici anni di onorato e fedele servizio quel pugno proprio non se lo meritava.
Credevo di aver creduto di sentire quella voce, ma dovetti ricredermi di li a poco.
Già. Appena alzai la testa per osservare chi sarebbe sceso da quella macchina, appena ebbi il minimo dell’accortenza di guardarmi intorno per verificare se fosse stato coinvolto qualcun altro. Ci mancava solo questa! Dover avere a che fare con più di una persona, magari cocciuta e con la voglia d’attaccar briga a chi ha ragione. Inoltre non potevo perdere tempo, lei mi stava aspettando e per questo, come sempre, mi ero anticipato. Stramaledetto venerdì. Non capisco perché i venerdì piacciano tanto alla gente. Dicono si senta il profumo del week-end! Io non ci ho mai sentito nulla di profumato. Oggi è un maledetto venerdì e sento solo i nervi che scoppiettano perché ho tamponato una stupida scatoletta su gomme. Una macchinina che non guiderei manco se fosse l’ultima sulla faccia della terra: stretta, brutta e per giunta giapponese… continuassero a fare motociclette quelli lì, le auto non sono per loro. O meglio, quelle che tentano di fare sono solo per loro, per le loro minuscole dimensioni insomma.
Vi risparmio le altre imprecazioni contro i giorni della settimana ed i miei personalissimi capri espiatori convenzionalmente tirati in ballo nelle migliori occasioni.
Non si muoveva una foglia. Ma non nel senso che non tirava vento, nel senso che in torno a me ogni maledettissimo veicolo si era fermato. E con loro chi vi stava dentro. Riuscivo a percepire il ticchettio dei motori spenti che si raffreddavano, ma nulla più. Si era fermato persino il mare. Le onde avvolte a ricciolo sotto le mura del Castello…. Proprio un bel trampolino arrivai a pensare in quel momento. Si, mi risposi ritrovando un minimo di buon senso, per sbattere il muso sull’acqua dura come marmo di Carrara. Bel tuffo da coglione matricolato.
Anche la mia macchina si era spenta e non voleva saperne di ripartire. Batteria nuova e non era stata certo la botta, in fondo in fondo si trattava di una toccatina. Gli sportelli erano chiusi nonostante le sicure fossero alzate. Cazzo, mi stava tornando in mente un libro di King del quale non ricordavo il nome, con una macchina assassina come protagonista. E poi voci, strane voci. Alte, acute, tonanti. Un mercato di donne, uomini e bambini scoppiato in un baleno. Eppure la vita nelle auto continuava a rimanere ferma. Anche la morettina affianco a me su un SUV nuovo fiammante, imbalsamata mentre smanettava con lo smartphone. In un momento di mascolina stupidità pensai che avrei dovuto iniziare a seguirla su twitter, ammesso riuscissi conoscerne il nome.
Poi mi tornò in mente il mio appuntamento, ma soprattutto quella paradossale situazione nella quale mi trovavo. Un lampo ed ho realizzato. Ed ho avuto paura. Di nuovo quella voce che avevo creduto di aver sognato. La mia auto parlava. Auto, bus e camion stavano parlando tra loro. Gridando. Stavano protestando ad essere precisi. E lei si rivolse a me. Chiudi quella bocca e finiscila di sudare per la paura, siamo in febbraio. Toh, mi apro un pò il finestrino. Sei semplicemente nel bel mezzo di un flash-mob! Forse credevi fosse iniziata la conquista della terra? Tu leggi troppi libri amico mio. In ogni città è in atto lo stesso spettacolo e c’è un testimone come te per riportarlo agli altri. Ne abbiamo pieni i serbatoi di essere additate come una delle maggiori cause dell’inquinamento. Ogni volta che riprendete quella panzana delle auto elettriche ci si incrostano le candele. Pensate invece a prendervi più cura di noi e vedrete. Potete anche lasciarci a casa di tanto in tanto, i nostri amici bus saranno contenti di portarvi. Ma pagate il biglietto che i soldi per i ricambi servono.  
Ah, comprateci nuove ad un certo punto. Tanto la nostra anima cambia carrozzeria con voi.
Riferisci amico. Niente di apocalittico se non ci ascoltate, semplicemente vi lasciamo a piedi ad oltranza.
Ah, bene! Ma forse noi preferiremmo affrontare un’invasione aliena le dissi facendo l’occhiolino.
Parlo con la mia auto. Che sogno che ho sognato stanotte. 
Di nuovo la vita che scorre, clacson e motori che girano.
Quello davanti se ne va.
E’ stato solo un calcio nel culo mi dice lei, le giapponesi mi sono antipatiche.

Vincenzo.

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