Scrivere Collettiva 2.4 terza settimana


Eccoci con la storia collettiva firmata Paolo, Michele, Luca e Sara

Al fondo potete vedere in grassetto la continuazione

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Era un giorno qualunque. L’anno? Non importa. Tutti i giorni erano uguali da quando, quasi per caso, si era trovato là, in un posto dove nessuno ti chiedeva chi eri e cosa facevi ma solo che non ti impicciassi troppo dei suoi affari. Ma quel giorno non sarebbe stato uguale agli altri. Non aveva la certezza ma qualcosa nell’aria, il sapore della nebbia salmastra, forse, o l’eco rauco della sirena dei pescherecci portava con sé un presagio….di nuove avventure, non sapeva se piacevoli o meno. Si augurava comunque che non fossero disgrazie. Già tante ne erano capitate nella sua vita. Bocconi appetitosi che non si potevano rifiutare, a volte offerti su stoviglie preziose e luccicanti, ma che tra i mille sapori e colori con cui si presentavano ne avevano uno che alla fine dominava.
Il sapore nero e amaro della sconfitta, del sentirsi travolto e risucchiato nel gorgo turbolento di una vita inutile.
Ogni volta che gli era capitato aggiungeva una tessera e ricominciava a costruire il puzzle bizzarro della vita.

Dalle profondità del mare, il sole cominciò a infiammare l’orizzonte. Nico strinse i guanti nella sinistra callosa e sistemò meglio la sacca sulla spalla. Qualunque cosa gli avrebbe donato quel giorno, era tempo di mettersi al lavoro.

“E così sei arrivato finalmente, pensavo avessi deciso di privarmi del gusto di licenziarti.”
“Le chiedo scusa signor Mormi, ho avuto un contrattempo.”
“Per me puoi anche sfasciarti in un incidente e morire, ma se arrivi di nuovo un minuto dopo l’orario ti elimino dalla lista e tu ritorni dentro.”

Nico si era stretto nella cerata e aveva gettato la sacca a bordo: il peschereccio ondeggiava appena, legato agli ormeggi. Se ne era salito a bordo con un balzo leggero, le spalle curve e il capo chino. Aveva accarezzato una gomena, quindi aveva stretto gli occhi e guardato il mare, pieno dei riflessi brillanti del sole appena sorto.

Bene, pensò, nessuna increspatura all’orizzonte per il momento. Un’altra mareggiata come quella della settimana precedente e sarebbe stato lui stesso a dire a Mormi che non ne voleva più sapere di salire a bordo. A differenza dei suoi compagni, l’andar per mare non gli scorreva certo nelle vene.

Il peschereccio si era spinto al largo, fino al punto in cui le boe segnalavano le reti calate la sera prima.
Era l’ora del lavoro duro, di recuperare le reti e il pescato, e così fecero, per un’ora abbondante.
Poi li videro: i corpi galleggiavano inermi e scomposti.

Dal mare affioravano scomposti, come tanti fiori di carne sbocciati nel posto sbagliato. Nico aveva imprecato ad alta voce: un po’ perché aveva sempre odiato avere a che fare coi morti, un po’ perché, con tutto quel peso addosso, tirare su le ultime reti sarebbe stata una faticata. Avrebbero finito per rompersi e Mormi gliele avrebbe fatte riaggiustare: rabbrividì al pensiero di mettere la mano dove c’era stato un morto, ma sapeva che toccavano sempre a lui tutti i mestieri schifosi.

Senza vita giacevano quattro persone sulla barca, non un respiro, non un gemito. Mormi era nervoso, non sapeva cosa fare, eravamo tutti alle sue dipendenze ma con contratti non proprio in regola e se avesse chiamato la polizia sarebbe scattato un controllo di routine da parte dell’agenzia del lavoro. Come tessere del domino tutti i suoi affari sarebbero crollati, un controllo dopo l’altro si sarebbe scoperto un bel giro di lavoro in nero.

“Non capisco perché la stiamo facendo tanto lunga”, sbottò Turi, che per l’età avanzata e la lunga esperienza a bordo si sentiva in diritto di fare da secondo a Mormi. “C’è sola una cosa da fare ed è ributtarli in mare e tornarcene a casa. Tanto, morti sono e morti rimarranno. Non capisco che senso abbia preoccuparcene”.

“Buono a sapersi, Turi, almeno adesso sappiamo come liberarci di te: ti buttiamo a mare e chi s’è visto s’è visto.”
Gli era uscita senza pensarci, quella frase. Doveva essere uno sfogo, più che una minaccia, ma per diversi secondi resse lo sguardo iracondo del vecchio.

Prima che Turi potesse mostrare la callosità delle sue mani sulla faccia di Nico un fortissimo strattone scosse la barca e persero l’equilibrio, per fortuna senza cadere in mare.
“Dobbiamo rientrare, subito!” disse Nico, cercando di sembrare autorevole.
“Mi sono stufato della tua arro…” ma prima che Turi finisse la frase un altro strattone li scosse con violenza.

Lo scafo della barca, sottoposto allo sforzo, aveva cominciato a gemere. Con dolore, come se fosse una creatura viva le cui carni fossero state azzannate da un qualche mostro marino. Anche il motore, che borbottava costante il proprio respiro, aveva iniziato una danza sincopata di colpi di tosse e sputi di fumo. Gli uomini si erano precipitati a babordo, cercando di scrutare la bestia che li teneva, acquattata nell’ombra blu del mare profondo.

I loro corpi erano protesi oltre il parapetto del peschereccio e i loro occhi increduli e indagatori erano rivolti verso il fondale. Nessuno stava prestando attenzione a quello che stava succedendo a bordo, finché l’acqua non cominciò a sfiorar loro le caviglie. Solo in quel momento si accorsero che la forza che li aveva colpiti aveva lesionato lo scafo.

Continua lunedì prossimo…

Paolo: Eccomi

Michele: Mi trovate qui

Luca: Sono qui

Sara: Non ho un blog… per ora

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