Miniesercizio 13 – Si sale?


Nella vita si sale e si scende, non è una novità. Si può andare molto in alto, cadere in basso, anche facendosi male.

Ma qualcuno guarda fuori dallo schema e mette a fuoco una dimensione più larga.

La foto seguente può essere un’ispirazione per l’esercizio di oggi. Un grattacielo e la luna.

Si tratta di capire la profondità dell’obiettivo visivo.

Oggi in sole 100 parole racconta di un bambino. Fin da piccoli cominciamo a guardare avanti e a pensare a dove vogliamo arrivare​.

Racconta di questo bambino che si trova davanti alla vita e sogna il suo futuro.

 

Svolgete nei commenti. Giovedì pubblicheremo sotto forma di articolo una delle vostre creazioni.

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71 pensieri su “Miniesercizio 13 – Si sale?

  1. Il primo sguardo fu un bacio, puro, semplice, rivolto verso il cielo con le manine tese. Scorse un disco argentato brillare, e additando alla sfera celeste disse “L’astronauta”. A sei anni comprese le prime lettere, i primi numeri, quel mondo in codice che i libri nascondono come fosse segreto. E additando alla libreria di legno disse “Lo scrittore”. Solo un giorno, quando la nonna spinse la sua bicicletta sulla strada, ebbe il coraggio di guardare in faccia il sole, e nel bagliore di fuoco comprese che non ci si deve mai fermare al primo sogno: additando al sole disse “Felice”

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  2. Racconto non il sogno di un bambino ma il ricordo del sogno realizzato in parte (in termini di distanza percorsa). 😃 Buona domenica

    Guardava dalla finestra della stanza la torre dell’albergo e la luna, luce supplementare che la potenza delle lampade moderne non riuscivano ad impallidire.
    Sospirava e si rivedeva bambino quando guardando la luna sorgere tra gli alberi del bosco sognava un giorno di arrivare lassù a bordo di uno dei razzi che aveva visto salire in cielo tra nuvole di fumo con boato impressionante.
    E invece il suo sogno non si era realizzato. O meglio; si era realizzato in parte. Era infatti salito per migliaia di chilometri abbastanza per arrivare sin sulla luna manovrando l’ascensore dell’albergo dove lavorava.

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  3. Una tartaruga.
    Una tartaruga ho detto a mia mamma. “Il palazzo è come una tartaruga”.
    È un grattacielo, ha detto lei. Io ho indicato la luna. Sembra un biscotto!
    Lei guardava me, non guardava dove guardavo io.
    Chissà se da grande pure io smetto di guardare le cose lontane come fa la mamma e mi metto con il collo piegato sul telefonino che non mi lascia tenere perché sono piccolo e ci sono le radiazioni.
    Ti fa male, dice sempre. A me fa male perché non capisce che se apro le braccia non voglio il telefono, ma un suo abbraccio.

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  4. Dalla sua finestra gli capitava di contemplare la luna. Si proiettava nelle nubi che la coprivano e che poi se ne andavano, lasciandola nuovamente sola, nel suo splendore. Rick si trovava lì, alla finestra. O meglio, il suo corpo era lì. Come ipnotizzato, lasciava che la sua anima si sentisse libera di viaggiare in qualunque tempo ed ovunque volesse. Era un bambino ma sapeva di possedere un dono ed aveva bisogno di conoscere. Lasciò che il suo corpo astrale viaggiasse nel futuro, desideroso di ricevere risposte. Avvertì una resistenza e un vento fortissimo lo riportò indietro. Fu allora che capì.

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  5. “Non ci arrivi. Devi prendere lo sgabello.”
    Mi esorta la mamma ogniqualvolta voglio aiutarla in cucina. Mi affretto e corro nello sgabuzzino. Ora sì che posso cucinare con lei. Mi pare così grande la cucina e tutti gli attrezzi che vorrei prendere. La mamma le pone in alto per essere sicura che nessuno li prenda. Un mondo più su delle mie manine. Quando sarò grande farò la cuoca.
    “Mamma, mi dai il cucchiaio di legno?”
    Quando sarò un po’ più alta, aprirò anche i cassetti e non dovrò chiederti ogni cosa, ma la mamma è felice di farlo per me.

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  6. Da grande, voglio scrivere libri per bambini. Voglio inventare delle storie e fare dei libri con tante figure. Anche le figure le farò io. Sono brava a disegnare e mi piacciono tanto i libri grandi tutti pieni di figure colorate che spiegano la storia. Il mio babbo mi insegna a disegnare la sera, quando ha finito di lavorare. Mi fa sempre fare degli esercizi così divento più brava ogni giorno. Perché devo allenarmi ogni giorno se voglio disegnare le figure per il mio libro. La storia la sto scrivendo su un quaderno che tengo nel cassetto vicino al letto.

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  7. “Il mio papà lavora lì” disse Pietro al suo amico additando il grattacielo, con un po’ di orgoglio e un po’ di malinconia perché stava calando la sera il papà si attardava in ufficio.
    “Chissà se oggi ce la farà ad arrivare a casa in tempo per mangiare con noi la torta del mio compleanno!”
    Quando ormai i pensieri di Pietro rivivevano le tante volte in cui il papà era stato assente e già vedeva gli appuntamenti disattesi che lo aspettavano in futuro, guardò verso il grattacielo: le finestre della facciata si erano illuminate formando un grandissimo cuore. Auguri Pietro!

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  8. Voleva conquistare la luna, ma come arrivarci?
    Il bambino sognava razzi e astronavi, ma tutto era troppo lontano nel tempo: lui voleva toccare la luna subito ed ogni notte, dal suo lettino guardava a lungo il su bianco splendore e sospirava architettando imprese impossibili. Poi vide il grattacielo: imponente, alto, lucido di finestre, inondato dalla bianca luce della luna che dolcemente si appoggiava sul suo tetto.
    Il bambino non ci pensò due volte e cominciò a salire, salire, salire….

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  9. Come ogni sera la luna guardò in basso.
    Come ogni sera vide quel bambino con il naso appiccicato al vetro della finestra, in una della mille stanze del grattacielo.
    Pensò che, se per un attimo, si fosse staccata da lì non se ne sarebbe accorto nessuno.
    Si abbassò e disse al bimbo: ” Apri la finestra e ti porterò con me!”
    Il bambino ubbidì e felice le saltò in groppa.
    La luna risalì in cielo in un volo entusiasmante e fantastico.
    ” Ecco cosa farò da grande! Imparerò a volare” disse il bambino.
    Ogni sera la luna tornò.
    Ogni sera il bambino l’aspettò con il naso appiccicato alla finestra.
    Una sera la luna attese invano davanti al grattacielo ma il bimbo non si presentò: aveva finito di sognare, era diventato grande!

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  10. eccomi pronto al mio racconto di 100 parole

    La luna! A naso in su Alberto scruta il cielo. Vola la fantasia. Immagina di stare su un razzo sparato verso il cielo che è ancora azzurro nonostante la sera si avvicini.
    Alberto è un bambino vivace come sono quelli di oggi. E adesso sale verso quel mondo magico che gli hanno descritto ricoperto di polvere e argento. Mentre sale si volta indietro e vede la terra che si allontana. Il mare verde e la pianura marrone. I fiumi color vinaccia. Ma è la luna l’obiettivo, che si avvicina.
    Presto, Alberto. Dice la madre strattonandolo. Torna coi piedi per terra.

    La potete trovare anche qui http://wp.me/pNMKv-Ja

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  11. Paure volanti

    Gli occhi erano sempre gli stessi, azzurri, grigi, una mescolanza di sfumature illeggibili ma affascinanti. Non erano cambiati, forse solo un pò più stanchi, ma non meno vispi, colmi di speranza, di idee, di pericolose riflessioni. Sognava da bambino e sogna ancora oggi, quasi adulto, con il futuro ancora incerto, nascosto al suo sguardo pessimista e stravolto da paure e insicurezze, tipici di quella linea d’ombra dove non si sa chi si è e dove si va. Così oggi come allora, era immensamente piccolo davanti a quel grattacielo, a quei piani che difficilmente stava scalando per poter toccare la luna.

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  12. “La vita è un grattacielo. Se vuoi vedere da vicino la Luna, esistono due strade: le scale e l’ascensore. Ma tu non scegliere la via più semplice: la vita va salita un gradino alla volta”. Così gli disse suo padre, prima di morire.
    Il bambino crebbe, fece successo, e scelse un ufficio ai piani alti: per arrivarci, prendeva ogni giorno l’ascensore.
    Ma la Luna non saliva mai fin lassù. Per rivederla, l’uomo tornò a terra, da dove era partito.
    Questa volta, per salire, prese le scale. La Luna salì con lui, e, ad ogni gradino, l’uomo si sentì meno solo.

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  13. Mammaaa!

    Guarda quel disco argentato e, attraverso i goccioloni pieni di solitudine, lentamente prende le sue sembianze. Una parola amata illumina più dei raggi argentei nella notte: – Mamma! Poi esplode in un pianto tra mille singhiozzi e sussulti. Il destino era stato crudele con lui, gli aveva portato via il suo angelo, la sua mamma, senza preavviso. Se n’era andata nel sonno mentre gli teneva la mano come ogni notte. Il piccolo guarda di nuovo la luna e grida più forte: – Mammaaa! I suoi occhi velati vedono quello che desiderano un dolce sorriso di chi continuerà ad amarlo.

    Sarò andata fuori dalle tue indicazioni …pazienza ?

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  14. “ I sogni sono la soffitta della realtà …” mi ripeteva spesso il nonno, quando era forte in me il desiderio di realizzarne uno. E io avevo ben capito che essi devono avere abiti diversi per colorarsi nelle diverse situazioni della vita. Ero attratto da una foto sul comò della sua stanza da letto. Ricordo di un pezzo di vita, duro come il pane raffermo, trascorso da emigrante in America. La foto rappresentava n grattacielo che nella sua maestosità, sembrava sfondare il cielo buio, accanto alla luna, signora della notte, relegata a un ruolo minore. Galeotta fu la fato che mi indusse a decidere sul mio futuro. Sarei stato uno spazzacamini. Si, avete capito bene. Uno spazzacamini un po’ speciale, in grado di spazzare, in vetta ai grattacieli, la fuliggine che imprigiona i pensieri delle persone per farli rivivere con il respiro della luna tanto cara a Leopardi: “ che fai, tu luna in ciel, dimmi che fai…”.
    Carmen Cangi

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  15. “E’ grosso questo palazzo, è brutto, dentro ci saranno tanti uffici tristi al neon, ma ci salirei fin su, su quella terrazza per poter guardare la luna più da vicino, anzi ci porterei un telescopio per poter vedere tutti quei crateri” diceva alla mamma Sandro, mentre camminavano velocemente verso casa. “ricordi, mamma, quando zia mi fece credere che quelle macchie erano nuvole passeggere? io c’ho creduto per tanto tempo. Vorrei andare a vedere da vicino, lo spazio non mi fa paura e poi nella navicella c’è da divertirsi, ci rimarrei mesi se non anni a fare esperimenti, questa terra nostra ne ha bisogno, eh mamma?”

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  16. Luke era un bambino distratto. A scuola, invece di studiare, guardava le nuvole fuori dalla finestra. Sul banco un foglio gli chiedeva di scrivere “Cosa farò da grande”.
    “Da grande farò il nuvolologo” scrisse Luke. “Saprò tutto delle nuvole, anche come si chiamano”.
    I compagni risero quando lo lesse, il maestro lo rimproverò perché doveva prestare attenzione invece di fantasticare, per poter aspirare a un lavoro vero e dignitoso. Un lavoro come il farmacista.
    Crescendo Luke Howard studiò il moto delle nubi, come si formano e come mutano. Sua invenzione nomi come Cirro, Strato e Cumulonembo che usiamo ancora oggi.

    Mi sono lasciata ispirare più dalle tue parole che dalla foto! Soprattutto sul sogno e sul cambio di prospettiva. Quel palazzo di sicuro non c’era all’epoca di questo bambino.
    Ho scoperto la sua storia vera l’anno scorso da questo video di Ted: Ed https://www.youtube.com/watch?v=UuW1jhxCgx0
    Grazie per avermela ricordata!

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  17. ..Passeggiando per strada sotto il sole, con il gelato fra le mani e il sole sul volto..Un pomeriggio di relax e coccole sfruttando il primo caldo. Di fronte giardini, abitazioni e quel faro argenteo riflesso dai raggi luminosi che si rifrangono sul moderno acciaio.
    “Ecco, un giorno lavorerò qui, in questo palazzo”,
    “ sai già cosa farai da grande? In fondo hai ancora del tempo per decidere!! sarai un business man?”
    “.. non so, ma qui dall’ultimo piano sarò più vicino al cielo e alle stelle. E le stelle mi rendono felice, soprattutto mi fanno sognare, starei ore a guardarle!”

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  18. “Ho paura, è troppo alto!”
    Mio padre non si aspettava quella reazione quando mi portò in cima al grattacielo per osservare il meraviglioso panorama notturno della città. Frignavo buffamente, come frignano i bambini di cinque anni. Lui sorrideva amorevolmente mentre tornavamo giù con l’ascensore. Aperte le porte, mi asciugò le lacrime: “Non piangere, è più sicuro quaggiù!”
    Adesso non ho più paura delle altezze. Anzi, da domani lavorerò proprio in quello stesso grattacielo. Ma piango ancora, come piangono gli uomini di trentacinque anni, mentre guardo la sua lapide con su scritte quelle stesse parole: “Non piangere, è più sicuro quaggiù!”

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  19. A dieci anni e’ difficile sapere quale sarà il tuo futuro, ma Alex aveva già capito quello che avrebbe fatto da grande. Ogni giorno difronte a quel grande grattacelo, guardando la luna ripeteva tra se e se che lui ce l’avrebbe fatta. ” io sono diverso da lui, io ce l’ha farò” si Alex non si sarebbe mai arreso come fece suo padre. L’alcol non avrebbe mai avuto la meglio su di lui. L’alcol non l’avrebbe più fatto soffrire. “lui era stato solo un uomo debole, eppure quell’uomo era mio padre” e mentre gli occhi si riempivano di lacrime i suoi pensieri andavano a sua madre che straziata dal dolore si lanciava dal decimo piano di quel maledetto grattacelo. ” io sono diverso, sarò forte per lei, sarai orgogliosa di me mamma, diventerò la persona che tu avresti voluto che fossi”. Poi con un gesto quasi istintivo Alex si asciugò gli occhi e si incamminò verso casa, dove sua sorella più grande lo stava aspettando.

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