Esercizio Extra Pasqua – Sogni apparenti


Esistono frammenti di ricordi che si materializzano così improvvisamente, che a stento ci sembrano reali.
L’uomo con il cappello di paglia sta vivendo uno di questi momenti.
Avete a disposizione:
– L’uomo con il cappello di paglia
– Un ricordo
– La Pasqua

Nessunlimite di parole, ma nell’ultima frase dovete usare i puntini di sospensione ==> …IMG_9758.JPG

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14 pensieri su “Esercizio Extra Pasqua – Sogni apparenti

  1. Buona Pasqua amici cari.
    Propongo una storia breve e un po’ triste, forse, ma che giornalmente tante persone vivono nella solitudine della cosiddetta “vita moderna”

    Lo scampanio improvviso delle campane la mattina di Pasqua lo svegliò dal suo sonno avvinazzato.
    L’uomo con il cappello di paglia che da qualche giorno si era piazzato con le sue tavole a ridosso della ringhiera del belvedere del parco si destò e scuotendo la testa si guardava intorno cercando di capire cosa fosse successo. La gente che tornava frettolosamente a casa passandogli accanto gli mormorava: “auguri. Buona Pasqua”.
    Alla fine riemerse il ricordo di quando lui, sino a qualche anno prima, comprava i doni pasquali per i suoi bambini. Le lacrime scendendo calde sul suo viso si scavarono un letto tra le sue sporche rughe…

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  2. Oggi è Pasqua ma c’è poco da stare allegri. Per me è un giorno qualsiasi, esattamente come ieri, l’altro ieri e i giorni prima. Che c’è da festeggiare? Nulla. Se ripenso a un anno fa, forse qualcosa ci sarebbe. È stata l’ultima Pasqua trascorsa in famiglia ma poi sono diventato l’uomo col capello di paglia. Quello che sta all’angolo della strada a elemosinare un nichelino per comprare un pane e un po’ di vino. Lo so che fa rima ma cosa posso farci? Mi è venuto il pensiero così. Metto sempre il capello di paglia appoggiato sul marciapiede con la speranza che qualche anima buona ci metta dentro qualche centesimo.
    Tengo gli occhi bassi. Non mi va di pretendere pietà per la mia condizione di barbone. Ho una certa dignità nel chiedere qualche soldo alla gente che passa, che a malapena mi degna di uno sguardo di disapprovazione, perché non sono vecchio e potrei lavorare. Ma come posso se ho perduto tutto. Famiglia, casa, auto e lavoro? Chi prende un fallito?
    Accidenti! Un pezzo di carta vola nel capello di paglia. Ma è un Benjamin Franklin! Azz! Cento dollari! Alzo lo sguardo per ringraziare e cosa vedo…

    Cosa vede il nostro uomo? Immaginalo tu.

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  3. L’odore di erba tagliata lo catapultò senza preavviso nel giardino dei nonni, dove aveva trascorso gran parte dell’infanzia.
    Gli venne in mente quella volta che, in occasione della Pasqua, la famiglia si ritrovò a pranzo dai nonni. La giornata era fresca, ma il sole splendeva spavaldo e affettuoso sui cugini intenti a giocare. Avrà avuto suppergiù sei anni, come la sua cugina preferita, Anna.
    La sorellina di Anna, invece, era così piccina che la si poteva quasi tenere in una mano, o almeno, così la ricordava. C’era anche suo fratello, più grande di lui di cinque anni, che naturalmente si era attribuito il ruolo di capo, come accadeva sempre quando giocava con loro. La loro missione: trovare le uova nascoste dai grandi nel giardino dei nonni. L’impresa non era per nulla facile. Quand’erano piccoli, il giardino dei nonni era un mondo tutto da esplorare. Pieno di nascondigli e anfratti. E poi, c’era la serra, un magnifico giardino dentro il giardino dove il nonno coltivava bellissime piante di orchidea e altri fiori esotici in un tripudio di odori e colori da lasciarti stordito.
    Si separarono seguendo le istruzioni di Guido, il fratellone, e iniziarono la ricerca delle uova dipinte.

    – Trovata!! Eccone una, l’ho trovata, dai! Venite a vedere! –, disse Antonio, dopo una lunga ed accurata indagine, in preda a un’emozione che gli toglieva il fiato.
    Anna e Guido corsero subito a vedere il tesoro.
    – Che bello! La zia l’ha colorato benissimo. Non lo mangerai mica, vero? È troppo bello! –, implorò Anna, che amava oltre ogni misura i lavori creativi della zia.
    Non fece in tempo a dirlo che Antonio aveva già staccato con movimenti precisi il guscio rosa, infilandosi in bocca quell’ellissoide bianco e sodo.
    Anna si girò allontanandosi senza parlare, mentre lui e Guido ridevano di gusto e riprendevano la ricerca, sempre più affamati.

    – Bimbi, venite a tavola, si mangia! A lavarvi le mani, subito! –
    Uffa, ma non avevano ancora trovato tutte le uova. Che noia!
    Nonostante le proteste, si avviarono verso il bagno, ognuno perso nei suoi pensieri. Forse Anna era ancora arrabbiata, ma Antonio le cinse le spalle con un braccio, schioccandole un sonoro bacino sulla guancia arrossata.
    – Ti voglio bene… –

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  4. Pasqua, era Pasqua, la mamma l’avevamo convinta a passare la giornata fuori porta tutti insieme e al diavolo la casa da pulire, la macchina era una taunus verde, quella grande un po’ stile americano, io e mio fratello sul sedile di dietro eravamo contenti e in viaggio si cantava tutti insieme, la costiera era quella cilentana piena di curve e di bellezze, ma la spiaggia? e sempre a questo punto entro lì dove c’è interferenza tra il sogno ed il ricordo.La spiaggia è una spiaggia tropicale, la palma è a due passi dal mare trasparente e appoggiato all’albero un signore con un cappello di paglia si gode l’ombra. Quella spiaggia l’ho cercata e ancora la cerco…….

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  5. Gli sembrava tutto così tremendamente triste, la sua vita ridotta al minimo tenuta in bilico solo dalla codardia di farla finita. O forse non sapeva come si facesse esattamente a farla finita. La sua casa era diventata una specie di baracca. Una baracca sottosopra, peraltro. C’era, in buona sostanza, tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere: scarpe, vestiti sparsi e mille altre cianfrusaglie che però per lui erano fondamentali. Aveva poi uno zaino in cui custodiva matite, goniometri, squadre, fogli e persino una calcolatrice; il contenuto di quello zaino gli permetteva di vivere. Il vecchio Nelson si guadagnava il pane così: disegnava. Sin dai tempi della scuola, era considerato un ragazzo dalle doti speciali. Era un genio della matematica ma non solo; riusciva ad individuare i dettagli architettonici di un edificio o un monumento e li riproduceva nero su bianco, con la sua inseparabile matita, esattamente uguali al reale. Il suo primo capolavoro lo realizzò a 10 anni quando, sdraiato su una panchina, si mise ad osservare attentamente il duomo della sua città. Trascorso un lasso di tempo a lui sufficiente, si rizzò seduto e tirò fuori un pezzo di carta che accidentalmente si trovava dentro la sua tasca. Prese una matita dallo zaino e cominciò a disegnare. Il risultato fu stupefacente, tanto che quando lo fece vedere a scuola, i suoi compagni gli diedero del bugiardo perché sostenevano che fosse una foto. Le maestre invece parlarono subito coi suoi genitori, chiedendo loro se si fossero mai accorti delle doti straordinarie del figlio. Questi risposerò che no, non avevano mai avuto modo di accorgersene perché, fino ad allora, Nelson non aveva mai disegnato nulla di simile. Insomma, un bambino fuori dal comune che si poteva definire “un genio”. E tale era rimasto nel tempo, portandosi dietro, tuttavia, la solitudine. Aveva sempre avuto difficoltà a socializzare e parlare con chiunque, tendeva a restare nel suo silenzio, dando la parvenza di trovarsi in un altro mondo. Dal punto di vista medico, erano ancora anni di ignoranza, e qualsiasi professionista riferiva ai suoi genitori che si trattava semplicemente di un ragazzino introverso che si sarebbe sciolto ed aperto col passare degli anni. In realtà Nelson era atipico, fortemente atipico. Non gli piaceva avere a che fare con la gente, detestava il contatto fisico, l’imperfezione in tutte le sue sfaccettature e i rumori forti. Tutto ciò lo portava ad isolarsi e, nonostante gli innumerevoli tentativi dei genitori che si erano rivelati talvolta efficaci, quando morirono, ogni cosa tornò come prima. Non aveva fratelli o sorelle, né amici, ed i pochi parenti rimasti lo giudicavano “troppo complicato da gestire”. Se ne lavarono le mani, e lui cominciò a vagare senza meta, solo col suo zaino. Non pretendeva molto dalla vita, e fondamentalmente non sapeva cosa volere di più, non ne aveva idea. Conosceva solo quello standard di esistenza e la sua testa non era predisposta ad altro.

    Così, come tutti i giorni, anche quella domenica di Pasqua se ne stava rannicchiato nel suo guscio a disegnare, in mezzo alla strada. Non gli importava molto di vedere se la gente si avvicinasse o meno per gettargli qualche moneta, sapeva di avere talento e se era arrivato a 52 anni, vuol dire che le tasche le aveva sempre riempite. Di una cosa si accorse, era una giornata particolarmente silenziosa. Il paese in cui aveva deciso di stanziare era già piccolo di suo e di norma non regnava il caos, ma quel giorno sembrava esserci più quiete del solito. “Ah già…” – rammentò. “È Pasqua. Sono tutti partiti”. Fece questa riflessione ad alta voce, senza rendersi conto di aver lasciato andare le parole. “Tanto meglio.” – e si appisolò. Chiuse gli occhi seduto su quello sgabellino che lo sosteneva da 34 anni. Fu un attimo, un flash. Sua nonna lo teneva in braccio mentre scartava ansioso l’uovo di Pasqua. Adorava il cioccolato fondente e di base non gli importava nulla della sorpresa; la prendeva e la lanciava a terra, tornando a concentrarsi sul cioccolato. Lei emetteva il dolce suono di una risata e cominciava a mangiare l’uovo con lui. Sbigottito era lo sguardo dei suoi genitori che, sebbene quella situazione si presentasse ogni anno, non riuscivano a capacitarsi di come quel bambino tanto perso in se stesso, potesse abbandonarsi così facilmente tra le braccia della nonna. Era la sola ad avere la capacità di farlo ridere e di farlo stare bene, era la sola a comprendere le sue più profonde esigenze e caratteristiche. Era la sola a cui concedeva un abbraccio. Rivisse quel momento diverse volte, finché sussultò e il suo stesso respiro affannoso lo fece svegliare. Si guardò intorno, stordito. Sbatté assiduamente le palpebre, cercando di trattenere quel ricordo. Non era un sogno, era l’unico frammento di felicità che possedeva. Gli scese una lacrima, forse per la prima volta. “Nonna, eri l’unica ad aver capito che il cioccolato fondente era il mio preferito…”

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