Esercizio: Attacco Impossibile 2: Gravità.


Eccoci al secondo appuntamento con “attacchi impossibili“.

Come spiegato l’altra volta: se le prime tre proposte avranno abbastanza svolgimenti continueremo a proporre questo tipo di esercizio, altrimenti cambieremo rotta.

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Ecco l’attacco di oggi:

In questo esercizio dovrete creare un racconto dove la gravità svanisce. Racconterete di un luogo dove la gravità svanisce di colpo.

Non necessariamente svanisce in tutto il pianeta, magari soltanto in una metropoli, o in una sola nazione o addirittura in un piccolo paesino di cinquecento anime.

Raccontate dello stupore, raccontate dei primi momenti di sconvolgimento, ma dite anche come ci si organizza in un’occasione del genere. Le auto diventano inutili, come viene gestito questo aspetto dalla comunità, che sia lo stato, il paesino o il mondo intero?

Spiegate i piccoli momenti di vita quotidiana e le grandi scelte storiche, le eventuali guerre in atto o in procinto di scatenarsi.

Pensate alle conseguenze nei luoghi pubblici: ospedali, ristoranti, aziende industriali, trasporti e tutto il resto.

Insomma, questo primo attacco è verso la gravità.

Vediamo come ve la cavate!

Bonus (facoltativo): provate a scrivere il racconto da due punti di vista diversi.

Buon divertimento!

Come sempre pubblicate i vostri svolgimenti nei commenti, su Facebook e/o sui vostri social linkando a questo articolo!

Ciao!

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5 pensieri su “Esercizio: Attacco Impossibile 2: Gravità.

  1. Quella mattina Juan si svegliò sudato. Gli occhi erano stanchi per il mancato riposo. Si alzò a fatica dal letto, ma, inspiegabilmente, una leggerezza straordinaria pervase il suo corpo. Si ritrovò a fluttuare nell’aria insieme al comodino e al lampadario della cucina. Cercò di contenere gli attimi di panico e il senso di smarrimento che lo assalirono.
    Nuotando in un mare inesistente, si spinse verso la porta di casa. Respirava a fatica ed anche la luce del sole arrivava sulla terra con un riverbero più tenue e debole. Raggiunse il punto di raccolta al centro della piazza e lì trovò altri compaesani fluttuanti, circondati da soldati armati.
    “È un esperimento scientifico, il vostro paese è stato degravitato. Osserveremo gli effetti della mancanza di gravità”.
    “Ma come? Senza dirci nulla??” rispose il primo cittadino mentre cercava un appiglio per rimanere fermo.
    “La Terra sarà presto colpita da un asteroide, siete stati scelti per essere trasferiti su una base lunare, assicureremo nel futuro la continuazione della specie umana.”
    Ricardo si era svegliato presto quella mattina e, passeggiando tra i boschi, aveva udito rumori strani e concitati. Aveva pensato di nascondersi tra i cespugli. La scena che si aprì davanti ai suoi occhi lo lasciò senza fiato. Ascoltò tutti i discorsi provenienti da quella strana cittadina. Ritornò a casa sua dove Eléna e la sua bambina lo aspettavano.
    “Sembra tu abbia visto un fantasma Ricardo!” Eléna lo guardava preoccupata.
    “Dobbiamo scappare, siamo in pericolo”.
    Intanto Juan stava cominciando ad abituarsi all’idea di volteggiare in aria, ma tutte le azioni quotidiane risultavano molto difficile e, soprattutto, non riusciva a respirare bene.
    Si sentiva però sollevato all’idea di non morire.
    Decise di allontanarsi un po’ per vedere fin dove si stendesse il campo di assenza gravitazionale. Durante il passaggio notò che le piante assumevano contorni differenti, il verde brillante faceva posto ad un giallo intenso e, stranamente, gli steli erano diventati più lunghi e sottili.
    Ad un certo punto gli fu visibile la linea di demarcazione oltre la quale la vegetazione si mostrava così come ricordava.
    Fu allora che conobbe Ricardo che, insieme ad Eléna e Carla, cercavano di attraversare il confine.
    Capì. Juan era solo e comprese la disperazione di chi non ce l’avrebbe fatta.
    “Ci hanno visto!” gridò Eléna stringendo al petto Carla. Ricardo rimase in silenzio, i suoi occhi fissavano Juan.
    Furono pochi secondi, Juan decise.
    “Venite da questa parte, presto!”.
    La piccola famiglia attraversò la linea di confine, ma l’assenza di gravità non si fece sentire, anzi Eléna non riusciva a respirare.
    “Che succede?” chiese disperato Ricardo.
    Capirono che non era possibile il passaggio. Eléna piangeva con Carla tra le mani, Ricardo impotente guardava sconsolato Juan.
    La famiglia decise di tornare indietro, avrebbero terminato la loro vita insieme.
    Juan li guardava triste. Anni di evoluzione cancellati dall’assenza di gravità di una mattina.

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  2. Ecco la mia storia pubblicata anche sul mio blog http://wp.me/pNMKv-KB Buona lettura

    Eliana ha sempre sostenuto di essere in grado di sollevare gli oggetti con la forza del pensiero. Però nessuno ha mai assistito a questo prodigio.
    «Non mi vuoi credere, nemmeno tu» borbotta la ragazza, rivolgendosi al suo compagno.
    Marco trattiene una risata, che avrebbe innervosito ancora di più Eliana. Fa strane smorfie nel tentativo di apparire serio, finché quasi strozzandosi non prorompe in una bella sfida.
    «Ci scommetto che tu non sarai in grado di sollevare la sedia dove sono seduto».
    Eliana lo guarda di sbieco. Si sente presa per i fondelli. Lei ha parlato di oggetti non di persone o mobili.
    Diventa rossa come un peperone maturo, gonfia le guance e fa uscire tutta l’aria dei polmoni come un uragano. Intreccia le dita della mano e sta per urlare tutto il suo malumore quando vede i piedi di Marco staccarsi da terra. La sedia è mezz’aria a due metri da terra.
    «Sei impazzita?» esclama terrorizzato Marco, aggrappato con le mani al bordo della sedia.
    Le nocche biancastre mostrano tutto il suo terrore. Anziché scendere sfiora coi capelli il soffitto. Soffre di vertigini. Guarda in basso ma chiude subito gli occhi. Se torna la forza di gravità normale, perché questo è il suo pensiero, mi sfracello sul pavimento. Ben che vada finisco in ortopedia.
    «Eureka!» dice Eliana battendo le mani come una bambina che ha visto il suo migliore amico.
    «Vedi, incorreggibile San Tommaso» ribatte la ragazza, che gonfia ancora le guance per espirare l’aria immessa nei polmoni.
    «Sì, ti credo» lo implora Marco, che deve piegarsi pericolosamente in avanti, perché il soffitto preme sul suo capo.
    Il suo cuore pare un metronomo impazzito. Bum, bum, bum! Spera che le gambe della sedia reggano all’urto col pavimento. È terreo in volto. Le labbra serrate come a trattenere l’urlo di terrore che sente salire dentro di sé.
    Eliana sembra presa da un senso di onnipotenza. Se riesco a sollevare Marco e una sedia, posso alzare qualsiasi cosa con la sola forza del pensiero. Sposta gli occhi verso destra e vede muovere Marco nella direzione del suo sguardo. Li rotea e la sedia compie la medesima evoluzione. Riesco ad annullare la forza di gravità, pensa battendo le mani, mentre il corpo di Marco beccheggia come una nave in preda alla tempesta.
    Il ragazzo non sa più a che Santo votarsi per ritornare sul pavimento incolume. Li ha esauriti tutti e ricomincia da Pietro. Trema come una foglia al vento e teme di fare la sua fine. Volare lontano.
    «Eli» balbetta incerto. «Fa la brava. Fammi scendere dolcemente».
    La finestra è aperta e l’appartamento è al sesto piano. Con tutte le evoluzioni che la ragazza si diverte a fare Marco si accorge di essere terribilmente vicino.
    Eliana si sposta a sinistra, poi a destra. Salta e si accuccia. Si muove per la stanza frenetica in preda al delirio di onnipotenza, perché è convinta di poter dominare ogni cosa con la sola forza di volontà. Non ascolta le parole terrorizzate di Marco che infila la finestra e sparisce alla sua vista. Sente un urlo e un schianto. Poi il silenzio.
    «Lasciami» esclama Eliana interdetta, sentendo la presa ferrea delle mani di Marco sul suo braccio. «Che ti prende?»
    Lui sta ansimando e con la voce roca dice: «Fammi scendere».
    Lei si mette dritta nel letto e lo guarda storto. «Dovresti bere meno alla sera».

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  3. «Ma cosa cavolo sta succedendo?» mi ritrovai a pensare davanti alla porta della palestra. Mi ero allontanato un attimo per andare in bagno e ora mi si presentava uno scenario da film di fantascienza. Mi guardavo attorno senza avere il coraggio di entrare e con la forte tentazione di scappare via. Continuavo a rigirarmi tra le mani quello strano sasso che avevo trovato poco prima ai piedi delle tribune degli spettatori. L’avevo raccolto quasi senza farci caso e mi aveva stupito per la strana consistenza: pesante più di un sasso, ma morbido come una spugna.
    Feci un passo dentro la palestra e poi un altro e poi un altro ancora. Quello che stavo vedendo intorno a me era pazzesco. Cercai con lo sguardo i miei compagni di squadra e colsi lo sbigottimento sui loro volti, ma anche un leggero compiacimento. Quello che stava succedendo aveva interrotto la partita e probabilmente la finale sarebbe stata rinviata. Ipotesi questa che poteva farci solo bene. In qualche modo quella situazione surreale si stava rivelando provvidenziale, molto provvidenziale, per me stesso prima di tutto.
    Avevo passato la notte intera a cercare di escogitare un diversivo, qualcosa che mandasse tutto all’aria, ma non mi era venuto in mente niente.
    Stavamo giocando infatti la finale del torneo di basket e la mia squadra era la favorita: eravamo i più forti del campionato e avevamo il giocatore migliore del campionato.
    Avevamo, fino a pochi giorni prima.
    Non l’avevamo più per colpa mia. Non è che fosse proprio colpa mia, non l’avevo fatto apposta. Durante l’ultimo allenamento ero caduto con tutto il mio non esile corpo sulla caviglia del suddetto giocatore. Frattura scomposta, fermo di tre mesi. E non stavo neanche giocando, io non giocavo quasi mai, ero in panchina e cercavo di rendermi utile raccattando le palle fuori campo.
    Come se non bastasse al suo posto avrei dovuto giocare io, non c’erano altre riserve. Un paio di influenze e una varicella, avevano fermato tutti gli altri, rimanevo solo io.
    «Tu hai fatto questo casino, tu devi risolvere la situazione, vedi di mettere qualche palla nel canestro o ti distruggo» mi urlava continuamente l’allenatore. Ma come potevo giocare la finale serenamente quando i miei compagni mi odiavano e i miei avversari mi ringraziavano dandomi pacche sulle spalle?
    Comunque quel pomeriggio la partita era cominciata com’era ovvio che cominciasse con me in campo. Male. Dopo pochi minuti eravamo sotto di dieci punti.
    Alla fine del primo tempo eravamo sotto di venticinque. A quel punto avevo chiesto il permesso di andare in bagno «vai pure» mi aveva risposto l’allenatore «e prenditela con comodo, possiamo fare a meno di te, penso» quindi io, mortificato, mi ero allontanato ed ero rimasto fuori a lungo.
    E ora fermo, immobile sulle tribune mi guardavo attorno. Tutto quello che non era ancorato si era staccato da terra e fluttuava nell’aria, fluttuavano il pubblico, i giocatori e gli allenatori, fluttuava le palla e fluttuava pure il parrucchino del arbitro il quale, con il fischietto in bocca, stava cercando di riportare un po’ d’ordine.
    «La gravità» stava urlando qualcuno «non c’è più gravità.»
    Il pubblico rumoreggiava chiedendo che venissero aperte le porte per poter andare via. Una bimbetta piangeva disperata alla ricerca della mamma, un paio di ragazzotti nuotava per raggiungere quanti più popcorn possibili, visto che ovviamente galleggiavano pure quelli. I giocatori della squadra avversaria cercavano di recuperare la palla: «continuiamo, finiamo la partita» urlavano come matti. Una rappresentanza della giunta comunale, cercava di sfuggire al giornalista del quotidiano locale che voleva estorcere qualche confessione o un’ammissione di responsabilità.
    Il capo dei carabinieri, anche lui presente quel pomeriggio, acchiappò al volo un cellulare e chiamò la centrale per capire la situazione fuori della palestra. «Non sono ammattito» lo sentii urlare al telefono «qui in palestra non c’è gravità, non mi importa niente se fuori è tutto normale, qui non c’è gravità.»
    Io, l’unico con i piedi ben saldi a terra, me ne stavo lì in cima alle gradinate a rotolare quella specie di sasso tra le mani e a cercar di capire perché io non fossi lassù a veleggiare con tutti gli altri. Improvvisamente qualcuno passandomi vicino, sbatté contro la mia spalla. Il movimento brusco fece cadere il sasso dalle mie mani che rotolò velocemente dalle gradinate, immediatamente sentii il mio corpo farsi leggero e staccarsi dal pavimento. «Il sasso» pensai cominciando a muovermi scompostamente «devo recuperare il sasso» ma non mi fu possibile farlo, più lui precipitava verso il basso più io volavo verso l’alto.

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