#Disestoria – 8


Ecco il tema per la #Disestoria di oggi.

Ogni giorno pubblichiamo un disegno, stilizzato o minimale, e da quel disegno dovete farvi ispirare per una STORIA.

Non mettiamo limiti di nessun tipo. Se volete giocare su Twitter avrete sicuramente da risolvere il problema dei 140 caratteri, ma sappiamo che ne siete più che capaci, qui e su Facebook invece non avete limiti. Potete anche scrivere a mano e fare la foto, insomma come al solito non restate imprigionati nella vostra mente e mettetevi alla prova!

Ecco il disegno:

wp-1502472161163.

Buon divertimento!

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2 pensieri su “#Disestoria – 8

  1. Da quando era stato comprato il cappello blu era rimasto sempre lì, su quell’ attaccapanni, dimenticato da tutti.
    Eppure era bello, nuovo, elegante. Un magnifico nastro blu lo ornava rendendolo davvero un accessorio particolare. Eppure…
    C’era un ma, purtroppo. Sul retro del cappello una piccola etichetta di stoffa rossa campeggiava fiera sul vanitoso cappello.
    “Cosa ci fai tu, insulsa macchia rossa, sul mio elegante tessuto blu?
    Non vedi che mi rovini tutto???”
    La piccola etichetta rossa era molto triste, e nascondeva le calde lacrime che le attraversavano il cuore.
    Un giorno un distinto signore decise di indossare quel cappello.
    “Finalmente!” pensò il cappello “Finalmente qualcuno si è accorto della mia bellezza!”
    Il signore che passeggiava tranquillo, ad un tratto, si fermò specchiandosi nel riflesso di una vetrina
    “Che meraviglia quella piccolo pezzo di stoffa rossa!!! Rende il mio cappello unico e speciale…come ho fatto a non notarlo prima?”
    Il cappello, ascoltando queste parole, arrossì dalla vergogna…
    Non era il suo colore o il suo nastro ad averlo reso speciale, ad averlo fatto scegliere, ma quella microscopica stoffa rossa.
    Da quel giorno capì e non offese più la piccola etichetta rossa.
    “Insieme siamo speciali e rendiamo unico questo cappello.”
    Ripeteva spesso, sorridendo con la stoffa rossa, mentre osservava dall’alto di una testa il mondo scorrere.

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  2. Quel cappello rigido, un po’ demodé stava sull’appendiabiti nell’ingresso. Anna Giulia lo ricordava sempre lì, con quel cartoncino rosso infilato nella fettuccia.
    Ogni tanto Sara, la colf a ore della casa, lo prendeva con delicatezza e toglieva la polvere che giorno dopo giorno si depositava con precisione millimetrica su quel cilindro grigio. Poi tornava al suo posto.
    Anna Giulia era nata e cresciuta in quella casa ormai troppo grande per lei. Però, nonostante tutte le lusinghe di molti costruttori, non aveva mai ceduto a venderla e trasferirsi in un appartamento più confortevole.
    “Ma lo sarà mai?” si domandava tutte le volte che qualcuno si faceva avanti con proposte fantasmagoriche di appartamenti ricchi di gadget e ritrovati moderni.
    Era un vecchio palazzotto d’inizio novecento con i segni inconfondibili del suo tempo. Il liberty. Stava a due passi dal centro, dalla vasca, come chiamavano quel quadrilatero percorso da migliaia di piedi tutti i giorni con un moto incessante. Lo circondava un giordino, un tempo rigoglioso di rosai e alberi ma adesso un po’ spoglio, perché Anna Giulia lo curava poco.
    «Troppo impegnativo per me» spiegava a chi vedendolo in stato di abbandono ne chiedeva il motivo. «Viene ogni tanto un giardiniere ma serve a poco. Solo a non trasformarlo in un’area abbandonata».
    La scalinata tra due volute floreali immetteva nell’ingresso ampio ma perennemente buio. La zona giorno si estendeva al piano rialzato mentre una scala di marmo bianco interna portava alla zona notte. Le stanze ampie e dai soffitti alti erano mal riscaldate da caloriferi che smontati e venduti avrebbero fatto la gioia di molti collezionisti.
    Anna Giulia considerava quella casa come una sua appendice fissa e sarebbe morta lì tra quelle mura spesse.
    Nell’atrio c’era quell’appendiabiti di ferro battuto, anch’esso carico di anni, con sopra quel cappello a cilindro di feltro grigio antracite.
    Lei aveva quarant’anni e ricordava, da quando ne aveva tre, la loro presenza. I genitori era scomparsi da tempo, da almeno vent’anni. Non aveva sorelle o fratelli ma solo un paio di cugini, che vedeva di rado. Forse una volta all’anno, per le feste di Natale ma non sempre.
    Non si era mai sposata. A venticinque anni c’era andata vicina ma il suo ragazzo ha preferito darsela a gambe. La delusione era stata fortissima e aveva giurato che non avrebbe aperto il suo cuore a nessun altro.
    Tutti i giorni da ormai quindici anni andava al lavoro in bicicletta nello studio di architettura più noto della città. Lo stipendio e quel poco ereditato dai genitori le consentivano di vivere senza troppi agi né preoccupazioni. Due settimane di vacanze in giugno sulla riviera romagnola, una settimana bianca a fine gennaio in val Venosta erano appuntamenti fissi.
    Anna Giulia sfiorò la tesa con un dito e aprì il portone per uscire.

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