#Disestoria – 9


Ecco il tema per la #Disestoria di oggi.

Ogni giorno pubblichiamo un disegno, stilizzato o minimale, e da quel disegno dovete farvi ispirare per una STORIA.

Non mettiamo limiti di nessun tipo. Se volete giocare su Twitter avrete sicuramente da risolvere il problema dei 140 caratteri, ma sappiamo che ne siete più che capaci, qui e su Facebook invece non avete limiti. Potete anche scrivere a mano e fare la foto, insomma come al solito non restate imprigionati nella vostra mente e mettetevi alla prova!

Ecco il disegno:

wp-1502472327990.

Buon divertimento!

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Un pensiero su “#Disestoria – 9

  1. Pino era affascinato da quella vetrina. Ci passava tutti i giorni due volte. Quando andava e tornava da scuola.
    Una sosta, un sospiro e poi di nuovo in cammino. Nemmeno lui sapeva il motivo di quella attrazione. Si fermava, sospirava e fantasticava,

    Stava sopra un piedistallo di trasparente. Forse vetro, ma più probabilmente plastica. Non era l’unico oggetto nella vetrina, né spiccava particolarmente. C’erano molte altre cose più interessanti per un bambino. Uno skateboard, soldatini di piombo, una console per giochi, macchine elettriche o modellini. Era il paradiso per ogni ragazzo. Però Pino vedeva solo quel cubo, un po’ sgraziato con al suo interno una specie polipo tentacolare rosso. In effetti era solo un’illusione ottica perché tutte le pareti, all’infuori quella rivolta alla vetrina trasparente, erano grige opache. Quindi ovviamente quello, che sembrava esserci dentro, per forza di cose era un’immagine riflessa.
    Nonostante tutto quel cubo funzionava da calamita, catturando la sua attenzione.
    “Devo conoscere il suo prezzo” si disse una mattina nebbiosa di novembre durante la solita sosta. “Voglio mettere da parte il denaro sufficiente per comprarlo”.
    Era l’unico oggetto non prezzato e questo lo infastidiva. Spinse la porta per entrare.
    «Quanto costa quel cubo in vetrina?» domandò Pino impaziente di conoscere quanti sacrifici doveva fare.
    Una bionda commessa dal fisico longilineo fece un sorriso e disse: «Cento euro».
    Il ragazzino fece una smorfia di disappunto, pensando alla paghetta settimanale. “Mi serviranno almeno otto settimane per mettere insieme la cifra” pensò dopo un rapido calcolo. “Forse alla vigilia di Natale ce la farò”.
    «Grazie» ringraziò Pino uscendo dal negozio.
    Adesso aveva un doppio cruccio: sperare che a nessuno venisse in mente di comprarlo e che riuscisse a mettere insieme i cento euro.
    Settimana dopo settimana, come una formichina, metteva via quasi tutta la paghetta e sbirciava la vetrina se il suo cubo era sempre lì. Ogni sera prima delle consuete preghiere contava il denaro custodito in una scatola per scarpe.
    «Uffa!» borbottava immancabilmente al termine della conta. «Non crescono mai!»
    Quell’anno il Natale cadeva di mercoledì, quindi poteva sfruttare la paghetta per intero.
    Prese la scatola e vi mise tutto quello che aveva ricevuto alla mattina. Cominciò a contare, mettendo da una parte le monetine suddivise per importo e dall’altra i pezzi di carta, assai meno numerosi. Arrivato alla fine aveva novantanove euro e cinquanta centesimi. Gli mancava il classico pelo per fare cento. Doveva chiedere a sua madre il prestito di cinquanta centesimi per fare cifra tonda.
    «Mamma, mi presti cinquanta centesimi? Te li rendo il giorno di Natale con gli interessi» chiese Pino con la speranza che non ne chiedesse l’uso.
    La madre lo guardò sorpresa ma gli diede la monetina senza altre domande.
    Lui tornò nella sua camera felice. Aveva i cento euro per acquistare finalmente l’oggetto dei suoi desideri. Aspettò con impazienza il lunedì mattina per poterlo stringere tra le mani.
    La mattina successiva, quasi volando, arrivò di corsa davanti alla vetrina. Sbiancò, deglutì e spinse l’ingresso per entrare. Sperò che avessero solo cambiato vetrina. Sul piedistallo al posto del cubo c’era un modellino di formula 1.
    «Buongiorno» disse con l’ansia che diventava terrore nell’attesa. «Quel cubo che stava in vetrina…».
    La commessa bionda passò la mano sulla testa di Pino e disse: «Mi dispiace. È appena entrato un signore a comprarlo. Era un pezzo unico».
    Il mondo gli crollò addosso. L’oggetto tanto desiderato era svanito sotto il suo naso. A testa bassa uscì con la sua scatola delle scarpe sotto braccio.
    «Questo Natale sarà il più triste della mia vita» commentò amaramente tornando verso casa.
    Qualsiasi regalo avesse ricevuto non l’avrebbe reso felice.
    La mattina di Natale rimase sotto le coperte. Non gliene importava nulla dei pacchetti ben ordinati sotto l’albero. Lui desiderava un solo oggetto: il cubo e questo non c’era.
    «Pino non vieni in sala a scartare i tuoi regali?» domandò la madre, seduta accanto all’albero.
    «Arrivo» disse con voce da funerale il bambino, che riluttante infilò le pantofole.
    Stancamente lesse i bigliettini e scartò i regali. Giochi, un paio di guanti, un maglione. Sospirò e quasi gli veniva da piangere.
    Tutti i pacchetti meno uno furono aperti.
    «E questo è orfano?» chiese la madre, mentre il padre a fatica tratteneva un sorriso.
    «Non lo so, mamma. Non c’è nessun biglietto» rispose Pino, prendendolo in mano.
    «Aprilo» lo incitò il padre. «Così scopriamo a chi deve andare».
    Il bambino senza frenesia né entusiasmo cominciò a scartarlo e «Oh!» uscì dalle sue labbra. Era il cubo tanto desiderato.

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