#Disestoria – 10


Ecco il tema per la #Disestoria di oggi.

Ogni giorno pubblichiamo un disegno, stilizzato o minimale, e da quel disegno dovete farvi ispirare per una STORIA.

Non mettiamo limiti di nessun tipo. Se volete giocare su Twitter avrete sicuramente da risolvere il problema dei 140 caratteri, ma sappiamo che ne siete più che capaci, qui e su Facebook invece non avete limiti. Potete anche scrivere a mano e fare la foto, insomma come al solito non restate imprigionati nella vostra mente e mettetevi alla prova!

Ecco il disegno:

wp-1502472509992.

Buon divertimento!

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2 pensieri su “#Disestoria – 10

  1. Alessia era una giovane stagista che faceva pratica nel laboratorio di analisi Penzola & C. Naturalmente a lei capitavano tutti i casi più rognosi e quelli meno interessanti.
    Sopportava, perché era l’ultima arrivata e poi sperava d’ingraziarsi Martino, il capoccia, per restare anche al termine dello stage.
    Alessia aveva venticinque anni e aveva appena finito il dottorato in biologia. Doveva accumulare un po’ di esperienza di laboratorio per arricchire il suo curricola assai scarno. Conoscenza elementare dell’inglese, zero esperienze. Nessuno l’avrebbe presa in considerazione, salvo che non avesse avuto un padrino dalle spalle robuste per introdurla nel mondo del lavoro. Però quello mancava. Quindi quando il suo prof le propose di fare uno stage presso questo laboratorio, accettò con entusiasmo.
    «Prenderai poco o nulla ma ti servirà come biglietto da visita» le aveva detto, congedandola.
    «Anche gratis!» replicò Alessia felice di acchiappare questa opportunità.
    Per sei mesi non avrebbe preso un soldo e i successivi sei la retribuivano con cinquecento euro sotto forma di rimborso spese.
    “Meglio di niente” si disse, firmando quel documento che le apriva le porte dello stage.
    Alberto, il suo capo e tutor, si divertiva a stuzzicarla e qualche volta allungava anche le mani. Alessia sopportava ma con grazia si sottraeva alle sue molestie. Anzi evitava con cura di rimanere sola con lui.
    Avrebbe voluto mollargli un bel ceffone, quando la prima volta la toccò sul seno ma si limitò a un’occhiata di fuoco, esclamando: «Sono qui per lavorare».
    Subito penso di voluto andare da Martino per lamentarsi del comportamento di Alberto ma preferì tacere. Desiderava troppo essere assunta in pianta stabile per arricchire il suo curricola in attesa di cercarsi un altro posto. Quindi aspettava con ansia la comunicazione che sarebbe rimasta anche al termine dei secondi sei mesi. Mancavano solo quattro settimane.
    Quel lunedì mattina Alessia arrivò puntuale al laboratorio. Salutò Marzia e Elena e guardò sul suo tavolo quali attività avrebbe svolto nella giornata.
    Prese in mano il foglio e sgranò gli occhi basita. Al posto del solito elenco c’era solo un disegno.

    Non capiva cos’era. Si sedette in preda al nervosismo. “Quello stronzo di Alberto” pensò inviperita, “si sta prendendo gioco di me con un disegno volgare”.
    Era solo uno sgorbio rosso ma il senso, almeno per Alessia, non si prestava a equivoci. Uno spermatozoo.
    Divenne rossa per la collera. Sarebbe sbottata come un tappo di spumante, quando cominciò a contare fino a dieci per smaltire tutta la rabbia repressa che aveva in corpo.
    Calmatasi, rise, attirando gli sguardi curiosi delle altre due colleghe.
    «Oggi riposo» esclamò Alessia, gettando nel tritadocumenti il foglio.

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