#Disestoria – 19


Ecco il tema per la #Disestoria di oggi.

Ogni giorno pubblichiamo un disegno, stilizzato o minimale, e da quel disegno dovete farvi ispirare per una STORIA.

Non mettiamo limiti di nessun tipo. Se volete giocare su Twitter avrete sicuramente da risolvere il problema dei 140 caratteri, ma sappiamo che ne siete più che capaci, qui e su Facebook invece non avete limiti. Potete anche scrivere a mano e fare la foto, insomma come al solito non restate imprigionati nella vostra mente e mettetevi alla prova!

Ecco il disegno:

wp-1502892092868.

Buon divertimento!

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Un pensiero su “#Disestoria – 19

  1. Quando il Boss tuonò “Ceci!”, l’urlo fece vibrare i vetri dell’ufficio e si avvertì fino in Piazza dell’Unità.
    Cecilia, o meglio Ceci come la chiamavano tutti, guardò terrea in viso Barbara, la collega di stanza, e domandò: «Cosa vuole il Boss?»
    Lei alzò le spalle e disse: «Vai nella sua stanza e senti».
    Cecilia aveva venticinque anni e da due lavorava per il Boss, come chiamavano il capo della società Per&Due, che operava nell’area marketing imballaggi.
    La ragazza si alzò dalla sedia ma sentiva tremare le gambe. Quando urlava così, c’era sempre un casino in corso e l’esperienza insegnava che era più prudente girare al largo. Però il problema era che aveva chiamato il suo nome, quindi la riguardava. “Cosa?” rifletté mentre faceva mente locale per capire se avesse sbagliato qualcosa. Intimorita trascinava con fatica le gambe che invece avevano poca voglia di muoversi.
    “No. Ho fatto tutto quello che mi aveva detto ieri” pensò Ceci, mentre bussava timidamente alla porta di vetro dell’ufficio del Boss.
    «Entra, per Dio!» tuonò di nuovo, mentre lei metteva dentro la testa.
    Il Boss vide prima la sua chioma rosso Tiziano, poi il viso ricoperto di lentiggini il cui colorito si confondeva con i capelli e alla fine il suo corpo minuto da adolescente.
    «Ma muovi quel culo! E siediti» ringhiò furioso il Boss.
    Ceci ubbidì prontamente, mettendosi in punta sulla poltroncina di fronte a lui. La lingua era paralizzata dal terrore mentre continuava a deglutire rumorosamente.
    «Ti sei mangiata la lingua, porca paletta!» urlò con un tono vicino a mille decibel, dando una manata sulla scrivania, che traballò come scossa da un terremoto.
    «No, B… Signore» balbettò Ceci, mordendosi la lingua. Stava per chiamarlo Boss e sapeva come questo appellativo lo mandasse in bestia. Però s’era corretta in tempo.
    Il Boss la guardò di sbieco, ridendo dentro di sé. La vedeva impaurita e cotta al punto giusto.
    «Ceci, quello studio per il cliente Nomi è terminato?» chiese con un tono leggermente addolcito.
    «Si… No…» borbottò Ceci sempre più confusa. Non ricordava se l’avesse già consegnato oppure era ancora in un suo cassetto.
    Il Boss mostrò i suoi canini in un ghigno feroce che ebbe un effetto devastante su di lei.
    «Insomma è sì oppure no?»
    Ceci aprì la bocca ma non uscì che un sospiro. Annaspò alla ricerca dell’ossigeno, che pareva svanito all’improvviso. Sì sforzò ma non riuscì a stabilire nulla. Si alzò e farfugliò: «Vado a vedere sulla mia scrivania».
    «Ma questo cos’è?» tuonò il Boss, agitando sotto il suo naso un fascicolo corposo.
    Ceci avvertì che le guance erano in fiamme e stava sudando copiosamente. Strinse gli occhi per mettere a fuoco, quello che il Boss agitava come un drappo rosso davanti al toro. Un lampo squarciò le tenebre della sua mente e riconobbe quello che aveva preparato con cura stamattina. “Stronzo” si disse, riacquistando un minimo di dignità.
    «Sì, è terminato» affermò con maggiore decisione.
    Il Boss finse di leggere la tabella finale, quella dei compensi.
    «Ma è una cifra ridicola. Se chiediamo così poco, rischiamo la bancarotta» brontolò.
    «Ma veramente…»
    «Cosa veramente?» domandò il Boss.
    «La cifra non è ridicola. Sono oltre centomila euro» sbottò Ceci, che aveva riacquistato la padronanza di sé.
    «Appunto. Il cliente ha firmato contento della proposta. Il dieci percento te lo sei meritato».

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