#IncipitProfetico – 18 (l’ultimo per il momento)


Ecco l’incipit profetico di oggi!

Come ogni giorno ripassiamo le regole:

Tutti sapete cos’è un incipit: è l’inizio di un racconto, di un romanzo, di una storia. Noi non vi proponiamo semplicemente di scrivere qualcosa partendo soltanto da un incipit, ma di creare qualcosa di profetico.

Ogni giorno pubblichiamo un incipit che spinge verso il futuro. Non si tratta necessariamente di profezie tragiche o di fine del mondo, ma di ispirazioni di ogni tipo.

Il vostro compito sarà quello di continuare la storia!

Buon divertimento!

L’incipit profetico di oggi è:

“Il profetà morirà, ma non necessariamente sarà la fine…”

 

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Un pensiero su “#IncipitProfetico – 18 (l’ultimo per il momento)

  1. “Il profeta morirà, ma non necessariamente sarà la fine…”.

    “El profeta morirá, pero no necesariamente será el final…”
    Sono queste la parole incise sull’architrave del tempio dal tetto rosso, che gli è apparso all’improvviso uscendo in una radura della giungla. Sandro le legge e non ne capisce il senso. Prende il tablet con babilon per tradurre la frase. Si domanda quale profeta dovrà morire. Di solito finiscono male, pensa grattandosi la guancia ispida per la barba cresciuta in quei giorni. Ma a quale fine si riferisce? Del mondo? Della sua setta?
    Deve indagare per comprendere meglio il senso della frase.
    Sandro era partito un mese prima da Rovi, la sua città natale, diretto nel Centro America. Un viaggio a lungo desiderato che finalmente poteva realizzare. Aveva preso ferie e due mesi di permesso non retribuito. Senza dirlo a nessuno aveva comprato un biglietto di sola andata per Città del Messico. Da lì sarebbe andato verso lo Yucatan o il Chiapas o forse altrove. Non lo sapeva nemmeno lui.
    Salutati gli amici e la compagna incredula, che per poco non stramazza al suolo per la sorpresa, non certo positiva, si era imbarcato alla Malpensa per il lungo viaggio verso l’ignoto.
    Non conosceva una parola di spagnolo ma a dire il vero nemmeno di altre lingue. Oltre all’italiano parlava il rovese, il dialetto di Rovi. In effetti non era un campione nel conoscere la grammatica italiana. Gli strafalcioni erano il corredo più nutrito del suo esprimersi.
    Giunto nella capitale messicana si era diretto verso il sud del paese ed era pervenuto dopo mille giri viziosi a Palenque. Da qui raggiungere il misterioso tempio era stato un gioco da ragazzi.
    Sistemato lo zaino sulle spalle aveva varcato l’ingresso finendo in una camera dove a stento vedeva i suoi piedi.
    «Bienvenido gringo. Te estaba esperando» dice una voce cavernosa, della quale non riesce ad individuare la figura.
    «Non potresti parlare in italiano?» risponde Sandro, che stringe gli occhi per mettere a fuoco chi parla.
    Una breve risata accompagna altre parole che lui non capisce.
    «Il 12 dicembre di quest’anno io morirò ma non ci sarà la fine del mondo» profetizza la voce.

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