#Disestoria – 20


Ecco il tema per la #Disestoria di oggi.

Ogni giorno pubblichiamo un disegno, stilizzato o minimale, e da quel disegno dovete farvi ispirare per una STORIA.

Non mettiamo limiti di nessun tipo. Se volete giocare su Twitter avrete sicuramente da risolvere il problema dei 140 caratteri, ma sappiamo che ne siete più che capaci, qui e su Facebook invece non avete limiti. Potete anche scrivere a mano e fare la foto, insomma come al solito non restate imprigionati nella vostra mente e mettetevi alla prova!

Ecco il disegno:

wp-1502892273257.

Buon divertimento!

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Un pensiero su “#Disestoria – 20

  1. Quando l’assistenza se ne andò, Viola si mise le mani nei capelli. Il bagno era in condizioni pietose. Acqua, pedate, manate un po’ ovunque e lei fra mezz’ora doveva raggiungere il posto di lavoro.
    «Maledetta lavatrice» bofonchiò esasperata, osservando quel disastro.
    Doveva fare il bucato grosso, come tutti i mercoledì ma quel giorno non fu così. Almeno lei ci provò ma tutto congiurò per il contrario.
    Viola in quella giornata era di turno al pomeriggio. Lavorava in un supermercato come cassiera. Sei ore estenuanti a combattere con i clienti e col lettore di codice a barre. Quel bip risuonava nelle orecchie come un colpo di spillo sulla pelle. Il turno più massacrante era quello serale, perché quando tornava a casa alle ventidue non riusciva a smaltire quel suono. Lo udiva di continuo per almeno un paio d’ore.
    Viola divideva l’appartamento con Giacomo, lo storico compagno di banco della scuola. Vivevano insieme da almeno dieci anni ma rimandavano la regolarizzazione della loro convivenza nel futuro prossimo. Non avevano fretta e stavano bene così. Giacomo era un impiegato di una ditta di logistica. Aveva trentacinque anni e qualche capello bianco. Tranquillo e posato aveva un potere calmante sui nervi di Viola specialmente quando tornava alla sera.
    Quel mercoledì lei riempì il cestello della lavatrice per bene, sistemando il carico in modo omogeneo. Le avevano detto che altrimenti quello si poteva rovinare. Aveva cambiato la lavatrice da qualche mese dopo aver pensionata la vecchia comprata quando avevano messo su casa. Era il modello di punta della gamma, ricco di programmi e complicato come uno smartphone. Giacomo rideva quando la vedeva armeggiare col libretto delle istruzioni.
    «C’è poco da sfottere» diceva Viola piccata facendo le boccacce.
    Anche quel mercoledì con le istruzioni in mano programmò la lavatrice, mettendola in movimento. Tuttavia dopo dieci minuti la luce se ne andò. Aspettò qualche minuto paziente che ritornasse ma alla fine decise che era un problema suo. Scese nella stanza dei contatori e imprecò. Era scattato l’interruttore generale. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, riuscì nel suo intento.
    Tornata nell’appartamento, adesso in tilt era il programma della lavatrice. Lesse i codici d’errore sul display e il manuale nella sezione ‘segnalazioni’.
    Viola non era la persona adatta al turpiloquio ma la parolaccia scappò lo stesso.
    «Che stronzo! Certo che lo so che il programma è bloccato» esclamò indispettita. «Pensa forse che non me ne sia accorta?»
    Lesse le istruzioni per ripartire. Un’ora dopo era ancora lì esausta e arrabbiata. Con la vecchia lavatrice sarebbe stata sufficiente girare una manopola e premere un tasto. Qui serviva una doppia laurea. La prima in lettere per capire le istruzioni scritte in un italiano astruso. «Maledetto Google» imprecò aggiungendo qualche altro epiteto colorito. La seconda in informatica per mettere in sequenza tutti i comandi come se fossero istruzioni di un programma.
    Alla fine Viola arrabbiatissima diede una manata sul display e la lavatrice riprese a funzionare. Osservò l’oblò per verificare se effettivamente stava lavando oppure facesse finta.
    Era da pochi minuti in cucina, quando udì un rumore di ferraglia. Si mise in ascolto ma tornò il silenzio. Riprese a lavare l’insalata, quando quel rumore infernale si fece sentire di nuovo.
    Inquieta andò in bagno a controllare la lavatrice, che le sembrò un essere umano. Borbottava, grattava ed emetteva sberleffi, finché un solenne ‘crash’ mise fine alla cacofonia di suoni. Un fumo azzurrino filtrava dal retro, mentre un filo d’acqua scorreva da sotto.
    Chiuso il rubinetto dell’acqua e staccata la spina, osservò, livida in faccia, il disastro.
    Non restava che chiamare l’assistenza.

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