Miniesercizio – 60


Anche oggi vi proponiamo il Miniesercizio!
Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.
Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.
Buon divertimento!
Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Parigi, 4 del mattino, 21 agosto 1843
– Un pittore con uno strano senso dell’umorismo
– Uno smartphone con il vetro crepato
– La foto seguente
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Scrivete la vostra storia qui sotto nei commenti! Buon divertimento!

Invitate i vostri contatti su scriverecreativo.net!

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8 pensieri su “Miniesercizio – 60

  1. Fu svegliato all’improvviso dall’amico pittore che voleva mostrargli il suo ultimo quadro.
    Stava sognando di essere a Parigi.
    L’orologio dello smartphone segnava le 4 del mattino e la data 21 agosto 1843.
    -Strano- pensò.
    Irritato andò nell’altra stanza per vedere il quadro.
    Mostrava un tavolato che si divideva come una T.
    Lo sfondo era quello di un’alba estiva.
    Si sporse per vedere meglio.
    -Fai un altro passo- gli disse l’amico.
    Lo fece e ruzzolò dalla finestra. Per fortuna erano a piano terra.
    L’amico gli aveva fatto uno scherzo. Con la caduta si crepò il vetro dello smartphone. La crepa ebbe l’effetto degli occhiali.
    Erano le 6.35 del 20 luglio 2017.

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  2. Aveva bisogno di star tranquillo. Si avviò con un libro a fargli compagna: un t o storico che parlava del regno di Luigi Filippo, una storia socio politica ambientata a Parigi prima della rivoluzione del 1848 con un intrigante caso è id omicidio avvenuto alle 4 del mattino del 21 agosto 1843. Sulla riva sinistra della Senna venne ritrovato un corpo decapitato privo di identità… intrigante la trama e a lui, pittore mediocre dotato di un umorismo anch’esso mediocre, si dilettava in racconti noir, l’unica lettura che lo mettesse di buon umore, facendolo sorridere a tratti!
    Raggiunse il lago, camminò usl piccolo pontile in legno e raggiunse la piattaforma,anch’essa lignea. Vi si sedette e, nell’assoluto silenzio, iniziò la lettura.
    Il trillo del suo smartphone lo fece sobbalzare a tal punto che afferrando l’apparecchio, il maldestro, lo fece cadere, mandando in frantumi il vetro del povero telefonino.
    Pronto! Rispose seccamente, Chi mi sta chiamando? Mi scusi, temo di aver sbagliato numero… disse una timida voce. La comunicazione si interruppe: telefono rotto e per un’errore di chiamata!
    Rise divertito, certo il suo umorismo era veramente strano!

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  3. Parigi, 21 agosto 1843: Sulla riva sinistra del fiume Senna, il giovane pittore predispose il cavalletto e vi installò la tela. Poi si accinse a preparare la tavolozza dei colori. Fece tutto in silenzio con molta calma. Attorno l’aurora mostrava i primi cenni rosei: erano le 4 del mattino. Il suo nome era Eugène Délacroix, che proprio in quel periodo decorò la Chiesa di Saint Denis del Santo Sacramento

    Parigi, 21 agosto 2018, alle 4 del mattino: Sulla riva sinistra del fiume Senna, un fotografo d’arte, pittore della luce, stava aspettando la luce ideale per scattare istantanee della città che si risveglia.
    Il suo nome è Serge Délacroix, trisnipote dell’insigne pittore Eugène Délacroix. Stessa sensibilità artistica, stesso strano senso dell’umorismo melanconico, differenti strumenti: l’uno utilizzava pennelli e colori,l’altro usa fotocamere e raggi di luce. Ha posato il treppiede con montato la sua Hasselblad professionale sulla piattaforma di lengo posta alla fine del piccolo pontile anch’esso di legno, quasi a livello dell’acqua che scorre tranquilla, attorno la foschia del primo mattino. Suona il cellulare. Il silenzio è scosso dalla suoneria. Afferra lo smartphone che, scivolando, finisce sulla piattaforma, crepandosi il vetro dello schermo. Lo recupera in malo modo, stavolta il telefono finisce nella Senna, sprofondando subito: si fotta!
    Non se ne cura: la nebbia si dirada, l’aurora ha lasciato il posto all’alba e alla luce ideale per iniziare a scattare foto. Lui che dipinge usando la luce; lui che per quel suo strano senso dell’umorismo, sorride quando è malinconico.

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  4. Il valletto di corte spronava il suo cavallo ad un galoppo sfrenato; aveva fretta, il suo padrone non ammetteva ritardi. Per ottimizzare i tempi, gli aveva persino prestato un cavallo, in modo da raggiungere il lago il più velocemente possibile. Di questo si sentiva particolarmente onorato, anche se sapeva bene che non si trattava di nulla di personale. Il re gli aveva commissionato un quadro che avrebbe dovuto consegnargli l’indomani mattina e che avrebbe appeso nelle sue stanze, soddisfacendo così l’ennesimo capriccio. Sua Maestà era molto vanitoso e non potendo contare sulla sua bellezza fisica, poteva se non altro riflettere la sua regalità con gli ornamenti della reggia in cui viveva, per fare bella figura con gli ospiti. Il povero ragazzo si trovava quindi a dover attraversare il caldo e l’umidità del bosco, in una mattina d’estate che, già a quell’ora, non prometteva nemmeno un soffio di vento. Cercava di farsi coraggio, pensando che oltrepassato quel bosco in cui galoppava, sarebbe giunto al lago. E così fu. Erano le 4 del mattino del 21 agosto 1843 e tutto, nella campagna parigina, era immobile. Solo il suo petto, una volta smontato da cavallo, andava su e giù per l’affanno. Quando riprese un po’ di fiato, s’incamminò lungo il pontile che attraversava il lago. Si sedette all’estremità del ponte, osservando davanti a sé: il crepuscolo provava a farsi spazio tra la nebbia fitta. Null’altro riusciva a scorgere, neanche la linea di confine del lago. “Sarà semplice questa volta, me la dovrei cavare con pochi colori, poco tempo ed esser di ritorno a corte domattina prima dell’alba” – pensò. Prese l’occorrente per dipingere e si mise al lavoro. Avrebbe dovuto riportare esattamente ciò che vedeva, tralasciando le sue emozioni e sensazioni. Per un pittore si sa, è difficile non aggiungere del suo e in effetti per lui era uno sforzo enorme. Cacciò quei pensieri e tentò di concentrarsi esclusivamente sui dettagli che lo circondavano. Si accorse presto però che quanto aveva sino a quel momento dipinto non rispecchiava la realtà che aveva intorno. “Maledizione! Mi son lasciato di nuovo trascinare dalla mia immaginazione!” – imprecò. Gettò tutto e prese una tela nuova. Cominciò a riempire il quadro con i colori della nebbia. Assorto in quel grigio-bianco che ancora doveva dissolversi, avvertì a stento una folata di vento improvvisa ed inaspettata. Subito dopo gli piombò sulla testa qualcosa di rigido che atterrò poi vicino a lui. Sgomento e dolorante, la sua voce emise dei suoni quasi impercettibili: “Ma cosa diavolo…?” – sussurrò, interrompendosi subito. Sgranò gli occhi perché non riusciva a capire cosa fosse quello strano aggeggio accanto a lui. Lo prese tra le mani. Si trattava di una specie di scatolina nera molto sottile col coperchio fatto di vetro, probabilmente si era rotto nella caduta perché c’erano delle crepature. “Vetro? Una scatola con sopra il vetro?” – si domandò. Lo maneggiò un po’ per capirne di più. Improvvisamente la scatolina si accese, aveva toccato un tasto senza accorgersene. Rimase abbagliato dalla luce che emetteva e quando riaprì gli occhi, lesse la bizzarra scritta “PIN”. Fu allora che ritornò la folata di vento e cercando di ripararsi il viso, lasciò andare dalle mani la scatola, sbirciando ciò che intanto stava accadendo. Quella strana scatolina fu sollevata e trasportata dalla forza del vento e si dirigeva verso una grande ed accecante porta luminosa in mezzo al cielo. La porta inghiottì la scatolina, si sentì il rombo di un tuono e tutto svanì. L’immobilità di quell’istante gli diede la sensazione di aver sognato. Scrollò la testa. Se era vero che avrebbe dovuto dipingere nel dettaglio quel che vedeva, allora non avrebbe potuto certo tralasciare ciò che era appena successo. In mezzo al grigio chiaro-scuro della nebbia, disegnò dunque la porta luminosa e la potente folata di vento che trasportava verso di essa una scatolina nera col coperchio di vetro crepato. La mano del valletto curò così attentamente ogni particolare che venne sera, senza dargli modo di osservare lo scorrere ed il cambiare della giornata. Quando ebbe terminato, si accorse che era divenuto tutto buio. “Non posso crederci, è giunta la notte! Avrei giurato di impiegare molto meno tempo…” – rifletté perplesso. Ripose il quadro ed i colori nella borsa e si diresse verso una casupola a pochi metri da lì. Vi trascorse la notte ed il giorno dopo ritornò a corte in tempo, prima dell’alba, come gli era stato ordinato. Quando il re vide il dipinto, rimase a bocca aperta. “È forse uno scherzo questo?!” – tuonò. “No Sire, Voi mi avete comandato di disegnare tutto ciò che avessi visto ed io l’ho fatto” – rispose il valletto, sicuro di sé. Gli raccontò così come si erano svolti i fatti ed il re rimase tra i suoi pensieri per un attimo. Poi disse: “Allora è vero…esiste un collegamento con il tempo futuro. La veggente mi aveva parlato di questo, mi aveva detto che nel futuro le persone comunicano con uno strano oggetto. Me l’aveva descritto, è uguale a quello che tu hai disegnato. Portami immediatamente al lago, abbiamo davanti un lungo viaggio!” – esultò, euforico. Il valletto lo guardò: “Vostra Altezza, con tutto il rispetto, ma se io avessi saputo il PIN che mi avrebbe mandato nel futuro, credete davvero che sarei ritornato a corte?”.

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  5. Alberto dipingeva. Non lo sapeva nemmeno lui. Degli schizzi colorati, finché annoiato pensò di andare al bar a farsi un bicchierino.
    Era in piedi vicino al bancone a sorseggiare lo spritz, quando vide Eleonora. D’istinto allungò il piede, facendola rotolare a terra col vassoio delle ordinazioni. Rise mentre lei rossa in viso per la rabbia si alzava.
    «Deficiente» sibilò tentata di sbatterlo sulla testa di Alberto.
    Pagato uscì fischiettando, prendendo lo smartphone dalla tasca. Un Iphone ultimo grido. Gli uscì una bestemmia, perché il vetro era crepato. Anzi a passarci su il dito si attaccavano frammenti di vetro.
    “Non è giornata” si disse rientrando nello studio.
    Si fermò folgorato: la stanza era una lunga passerella di legno proiettata nel vuoto. Mosse incerto qualche passo. Sotto di lui rimbombava una cavità. Avanzò deciso a scoprire il mistero. La passerella pareva infinita. Pensò che fosse la punizione per lo stupido scherzo a Eleonora, quando si trovò in Montparnasse di notte. Quattro rintocchi. Camminò per una via illuminata solo dalla luna. “Dove sono finito?” Gli sembrava un mondo remoto. Fatti pochi passi. Una botta in testa e poi il buio.
    «Sveglia!» disse la moglie. Alberto sudato aprì gli occhi in preda all’ansia.

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