Miniesercizio – 69


Anche oggi vi proponiamo il Miniesercizio!
Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.
Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.
Buon divertimento!
Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Un vulcano attivo
– Una tastiera per computer
– Un pescatore ubriaco
– La foto seguente
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Scrivete la vostra storia qui sotto nei commenti! Buon divertimento!

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6 pensieri su “Miniesercizio – 69

  1. Dopo l’ultimo colpo di tosse lo schermo del computer appariva come punteggiato di gocce di saliva.
    “Maledizione” – disse il pescatore ubriaco fradicio mentre armeggiava con la tastiera. Tentava di accedere a twitter per pubblicare la foto della sua battuta di pesca.
    Il cielo si era oscurato rapidamente, per quanto il suo essere ubriaco gli permettesse di avere cognizione del tempo. Nonostante l’ombra sentiva caldo. Solo quando prese il boccale di birra e si accorse che era pieno di piccoli lapilli e di cenere nera, realizzò che il vulcano alle sue spalle si era risvegliato dopo diversi secoli.
    E che sullo schermo non c’erano gocce di saliva ma piccoli crateri provocati dai lapilli incandescenti.
    Mentre si alzava per scappare gli vennero in mente le immagini dei resti calcinati degli abitanti di Pompei.

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  2. Smanettava sulla tastiera del PC portatile che l’agenzia nazionale di ricerche gli aveva affidato, essendo lui un sismologo con un dottorato in vulcanologia, incaricato di monitorare l’attività di quel vulcano capriccioso che spesso faceva paura all’uomo!
    Stava scrivendo una email per lamentarsi del suo compagno di viaggio che, a dispetto delle competenze scientifiche di cui si vantava, in realtà era solo un ubriacone fallito con l’unica passione per lui a pesca. Un pescatore: ecco chi era, altro che scienziato famoso! Bah… adesso erano lì a pochi metri dalla bocca principale dell’Etna. Dal cratere stava uscendo fumo denso e nero di fuliggine che, incontrando la rugiada del mattino, si trasformava in nere gocce d’acqua che copriva ed bagnava ogni cosa.
    Dai finestrini dell’auto il fuori era invisibile, coperti com’erano di nera umidità!
    Continuava a digitare sulla tastiera, ancora non sapeva che nel giro di qualche minuto, il vulcano avrebbe vomitato lava, coprendo l’automobile in cui si erano riparati aspettando che il sole del mattino sostituisse la foschia dell’alba.
    Pochi istanti e poi lui ed il suo collega pescatore, ancora ubriaco dalla notte prima, sarebbero diventati personaggi pietrificati di una nuova, moderna Pompei sicula.

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  3. Da giorni cercava di dare forma e personalità al pescatore ubriaco che aveva deciso sarebbe stato uno dei personaggi di quella storia, iniziò a piovere, levò le mani dalla tastiera del computer e volse lo sguardo alla finestra, sui vetri si depositava la cenere di un vulcano attivo, dal nome impossibile da pronunciare, lontano centinaia di chilometri, scherzi delle correnti,una patina grigia che portava via con sé la voce del pescatore ubriaco che restò lì sospeso e muto tra un molo e la tastiera del computer

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  4. Pino guardava la pioggia che bagnava la finestra. Mille gocce scivolavano sul vetro a formare immagini fantastiche.
    «Ecco un vulcano attivo» esclamò osservando un punto del vetro dove la goccia si infrangeva per originarne altre mille.
    «Ecco il pennacchio che fuma» esultò battendo le mani.
    Poi l’eruzione e la lava che scendeva veloce verso il basso. Un tripudio di immagini, di fantasie per effetto della pioggia ora violenta, ora leggera.
    Pino torno alla sua scrivania. Doveva scrivere per domani un tema: Vita da pescatore. Però l’ispirazione si era seccata. Provo a poggiare i polpastrelli sulla tastiera del computer, sperando che si producesse la magia che questi accarezzando i tasti producessero la storia.
    «Nulla» disse sconsolato il ragazzo, tornando a osservare i ghirigori della pioggia.
    Il suo vulcano s’era spento. Non fumava più, non eruttava lava, s’era chetato. La pioggia no. Quella incessante continuava a bagnare il vetro.
    Tornò alla tastiera e cominciò a scrivere.
    Toni era un pescatore solitario. Usciva con la sua barca a motore al tramonto per andare a pescare con la lampara. Aveva sempre con sé una bottiglia di vino. Gli serviva per scacciare la solitudine e prendersi una bella sbronza.

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  5. DESTINI AGGROVIGLIATI

    L’urto fu talmente violento che credette di morire. Appassionata di jeep ed avventura, aveva deciso, quella mattina, di partire da sola per un’escursione sull’isola. Il sole caldo era respinto dal solido tettuccio della vettura e dagli alti alberi che formavano il bosco. Hope era contenta e fiera di se stessa, smontava qualsiasi pregiudizio a chi sosteneva che “le jeep erano cose da uomini”. – Al diavolo! – disse ad alta voce. Le jeep erano sempre stata la sua passione e le persone che più la conoscevano, sapevano che alla guida era un’esperta. Più di tutto, quelle gite fuori porta, da sola, la facevano impazzire, come quando ad un bambino viene comprato un giocattolo. Mentre sfrecciava lungo i sentieri dei boschi che avrebbero poi condotto alla spiaggia, sentiva l’aria attraversare i finestrini ed accarezzare la sua pelle. D’un tratto, come un fulmine che si abbatte repentino sulla terra, tutto tremò. Hope perse il controllo della jeep che, con delle frenate dettate dalla disperazione, si ribaltò andando a schiantarsi contro il tronco di un albero.

    Il vecchio Bobby pensava di aver mandato giù un po’ troppo vino. Tutto girava in maniera maledettamente brusca, per i suoi gusti. Anche quella mattina era sceso sin giù al molo per pescare i soliti due pesciolini che poi, puntualmente, avrebbe rigettato in mare. Acciucchito com’era, non poteva fare di più, ma oramai era diventata un’abitudine. Barcollò per un po’ e, per cinque minuti buoni, vide ogni cosa roteare e tremolare intorno a lui. I pesci approfittarono della situazione per riprendere subito il largo. Bobby non riuscì più a reggersi in piedi e si trovò col sedere per terra, lamentandosi per la botta dolorosa e forse un po’ troppo burbera. – Stavolta ho esagerato. – borbottò.

    Nel pacifico silenzio di quel mattino, Richard lavorava col suo computer, appollaiato su un ramo non eccessivamente alto di un albero in prossimità della spiaggia. Ci andava spesso quando aveva importanti faccende da portare a termine. Gli piaceva quella sorta di misticismo in cui entrava. Intento nei suoi affari, non si aspettava certo di cadere giù dal ramo all’improvviso, piombando a terra. – Che male! – urlò. Era confuso e non sapeva cosa fosse successo. Aveva solo sentito un fragoroso boato e il computer gli era volato dalle mani, andando a finire chissà dove. Si accorse presto che il terreno sotto i suoi piedi cominciava a spaccarsi. Così fece l’unica cosa che gli venne in mente: scappare.
    Corse in direzione della spiaggia, non perché pensava che fosse la soluzione migliore, ma perché era travolto dal panico. Correva così all’impazzata che, per un tratto, chiuse gli occhi per la paura ed inciampò su qualcosa che lo spedì ben oltre sarebbe voluto arrivare: dritto in acqua. Riemerse, ancora in preda all’agitazione e tornò verso riva. Due occhi, seppur inebriati, lo guardavano sgomento.
    – Come sta, buon uomo? – riuscì a biascicare Bobby.
    Richard, tutto zuppo e un po’ infreddolito, si guardò intorno e, dopo essersi reso conto che la terra aveva cessato di tremare, gli rispose: – Bene, credo. Ha sentito anche lei il terremoto? –
    – Oh, eccome! Ho persino battuto il sedere per terra. Troppo vino, mio caro, troppo vino. – disse, scuotendo la testa.
    – Ma quale vino? Ha tremato tutto quanto! C’è stato un terremoto. Il vulcano, laggiù, ha eruttato. Guardi, sta ancora fumando. Qual è il suo nome? –
    – Un terremoto dice, eh? Mi chiamo Bobby e non sono più convinto di niente. Ma sa una cosa? Ha ragione. Quella montagna sta proprio fumando. E fuma anche lì, dietro quell’albero, se il vino non m’inganna. E lei come si chiama? –
    – Richard, piacere. Lei avrà anche bevuto ma dietro quell’albero c’è proprio del fumo. Venga, andiamo a vedere. – e si allontanò, correndo.
    – Dove vuole che vada in queste condizioni? – gli gridò dietro.

    Intanto, in quella giornata che non era cominciata certo nel migliore dei modi, cominciò a piovere. “Ci mancava soltanto la pioggia!”, pensò Richard, irritato, continuando a correre. Quando raggiunse l’albero dietro cui proveniva il fumo, notò che era proprio lo stesso sul quale si era arrampicato per lavorare.
    – Oh mio Dio! Ecco cos’era quel boato. – esclamò, angosciato. Contro il tronco, tutta accartocciata, vide un jeep fumante dal motore.
    – C’è qualcuno? – domandò, urlando.
    La pioggia era diventata talmente fitta che appannava il finestrino e le grosse gocce d’acqua gli cadevano sopra, non permettendo a Richard una buona visuale dall’esterno. Tutto il panico provato prima si trasformò in coraggio e sangue freddo, al pensiero che dentro l’auto potessero esserci ancora delle persone. Così corse dalla parte opposta: aveva notato che la portiera dal lato del passeggero era quasi del tutto aperta e sfasciata, a causa del violento impatto sull’albero. Un qualcosa sotto le sue scarpe fece “crack”.
    – Oh, cielo! Non ci posso credere! –
    Abbassando lo sguardo, vide il suo computer portatile in mille pezzi, completamente frantumato. Quando aveva sentito quel gran boato, che poi aveva capito essere lo schianto della jeep, la fretta di scappar via e la paura non gli avevano permesso di rendersi conto del computer che gli volava dalle mani. Parallelamente, quel boato si era unito al fragore dell’eruzione del vulcano.
    – Il mio lavoro, tutto perso. –
    La rassegnazione in Richard prese il posto della meraviglia. Abbandonandosi allo scorrere degli eventi, senza più un filo di paura o di rabbia, fece leva sulla portiera dell’auto e poi, con un colpo, riuscì ad aprirla definitivamente. Con la testa appoggiata al volante, vide una splendida cascata di capelli biondi fluire su un corpo giovane e snello. “Troppo snello, per una jeep”, pensò. Senza muoverla in maniera precipitosa, provò con la mano a scuoterle una spalla.
    – Mi senti? – domandò. Nessuna risposta. Le toccò il collo, respirava ancora. Era una mossa azzardata, ma decise di tirarla fuori.
    C’erano poche probabilità che la jeep esplodesse, tuttavia erano circondati dal fumo e rischiavano un’intossicazione. Non fu difficile prenderla in braccio, era molto leggera e Richard aveva paura di farle ancora più male. Ebbe cura di ogni suo movimento per non peggiorare la situazione, già grave, della ragazza. Poi si allontanò dall’auto, a passo svelto. “Se non altro la pioggia farà dileguare un po’ questo fumo”, pensò. Ritornò verso la spiaggia, non sorprendendosi del fatto che quel vecchio ubriacone – com’è che si chiamava? Bobby? – fosse sempre lì. Aveva ancora lo sguardo perso ma quando scorse Richard, si rinvigorì.
    – Giovanotto! Cos’hai tra le braccia? – Richard posò gli occhi sulla ragazza e si sorprese a non aver osservato prima la sua bellezza.
    – Io.. – la voce gli morì in gola. Il suo viso era delizioso. Da uno zigomo le scorreva un rivolo di sangue, eppure questo non deformava i suoi lineamenti.
    – Tesoro! – urlò Bobby. – Svegliati, Hope! Che ti è successo? –
    – La conosce? –
    – Certo, per tutti i diavoli! È mia nipote. Hope! – Bobby era fuori di sé e sembrava essersi dimenticato degli effetti del vino.
    – D’accordo, Bobby, stia calmo. Non è morta, è solo svenuta. Deve aver perso il controllo della jeep, probabilmente per via del terremoto. Poi si è schiantata contro l’albero su cui mi ero messo a lavorare. Ha sbattuto la testa, ma non penso ci sia da preoccuparsi. Il suo respiro è regolare. – e così dicendo, la adagiò sulla spiaggia.
    Non sembrava presentare altre gravi ferite, se non quella allo zigomo. Insieme, si misero a chiamarla per cercare di svegliarla. Non passò molto tempo prima che riprese i sensi. La pioggia continuava a cadere incessantemente e disinteressata a quanto stava accadendo. Bobby e Richard non se ne curarono; erano rimasti col fiato sospeso, in attesa di un movimento, anche lieve, della ragazza. Cominciò ad aprire timidamente le palpebre, per poi richiuderle quasi subito. Le gocce di pioggia le cascavano sul viso, ripulendo il sangue che le colava dallo zigomo ferito e infastidendo i suoi occhi. Provò di nuovo ad aprirle e questa volta distinse due figure sopra di lei.
    – Chi siete? – chiese, confusa.
    – Hope, tesoro, sono io, il nonno. –
    – Nonno John, sei morto anche tu? –
    – Ma no, sciocca ragazza. Non sono il nonno John. E poi ho provato più di una volta a raggiungere tua nonna ma ho sempre fallito. –
    – Nonno Bobby? – domandò, ancora più inebetita. Esisteva una sola persona al mondo che la chiamava “sciocca ragazza”. Quella stessa persona che non vedeva da almeno dieci anni.
    Richard rimase immobile ad assistere alla scena; non osava intromettersi in quello scambio di battute.
    – Proprio io, in carne ed ossa. – rispose Bobby.
    – In carne e vino, vorrai dire. Hai ingoiato una damigiana intera? – chiese, con un’espressione molto vicina al disgusto.
    – Vedo che non hai perso il senso dell’umorismo! – esclamò il vecchio. – Questo mi rallegra, proprio come ai vecchi tempi. Non ho mai scordato il nostro battibeccare. Formavamo proprio un bel teatrino io e te, eh? – aggiunse, divertito.
    Richard percepì l’affetto che Bobby doveva aver provato nei confronti della nipote e che, forse, non era ancora svanito. Avvertì un senso di inattesa nostalgia tra i due. “Chissà cos’è successo”, pensò.
    – Ma dimmi, stai bene? Hai avuto un brutto incidente. – proseguì, preoccupato. – Io e Richard abbiamo ipotizzato come possa essere andata. Tu cosa ricordi? –
    – Non lo so, in gran parte è tutto annebbiato. Ricordo di essere uscita con la jeep per fare un giro, mi sono avventurata nel bosco e poi ho sentito come delle forti scosse. Credo di aver perso il controllo dell’auto e poi c’è stata la botta. Non ricordo altro. Ho un forte dolore alla testa, adesso. Chi è Richard? –
    – Sono io, scusami. Non ho ritenuto adeguato presentarmi prima. – si affrettò a rispondere il giovane, mostrandole un sorriso amichevole.
    – Oh, piacere. – I suoi occhi si piantarono in quelli neri e profondi di Richard. I capelli, ancora più neri, contrastavano la dolcezza della sua pacata espressione. – Sei tu che mi hai tirato fuori dalla jeep? –
    – Sì, non subito a dire il vero. Dopo che mi hai fatto volare dall’albero, ho dato di matto. – disse, grattandosi nervosamente la testa. – Poi ho incontrato tuo nonno. È stato lui ad accorgersi del fumo che proveniva dal bosco. –
    – Come sarebbe? Ti ho fatto volare dall’albero? – gli domandò, spaventata, provando a tirarsi su. – Ahi, che dolore! – gridò, toccandosi il collo.
    – Per l’amor del cielo, sta’ giù, Hope. Hai battuto la testa, potrebbero esserci dei danni più gravi, non devi muoverti. L’ambulanza sta arrivando. –
    – L’ambulanza? Quando l’avresti chiamata? E con cosa poi? – L’agitazione stava per divorarla.
    – Oh via, calmati! Sempre il solito carattere fumantino. Il vecchio Bobby sarà anche rincitrullito dall’età e dal vino, ma non ha perso le vecchie conoscenze. Ti sei forse dimenticata che lavoravo sulle ambulanze? Inoltre ho sempre con me questo catorcio. – Mostrò, orgoglioso, un telefono vecchio di un anno indefinibile.
    – Scusami, nonno. È che non mi aspettavo certo di rivederti in una situazione simile, è passato tanto tempo. Sai, dopo la morte della nonna, tu sei.. –
    – Cambiato? Sì, lo so. – La frase si perse nell’aria che, intanto, con la pioggia, era diventata più fresca.

    Richard rispettò il silenzio che si era creato fra i due. Quasi non osava respirare, temendo di creare troppo rumore. “Tu guarda che giornata”. Si perse nei suoi pensieri. Non avrebbe mai immaginato che in un solo giorno potessero susseguirsi così tante vicende. Aveva pensato di andare in spiaggia a sbrigare l’ultimo lavoro e poi sarebbe tornato a casa a..a fare cosa? Non lo sapeva neanche lui. “A riposarmi, per esempio, visto che è domenica”. Era abituato a stare da solo. Dopo che la moglie l’aveva lasciato per un altro, aveva attraversato un periodo di apatia e di dubbi esistenziali, ma poi aveva ripreso in mano la sua vita ed era ripartito da se stesso. Aveva scoperto che non era poi così male la solitudine, gli consentiva di dedicarsi alle sue passioni con maggiore attenzione. Questo negli attimi in cui il lavoro cessava di esistere, vale a dire un paio di ore alla settimana. Faceva l’architetto e si ritrovava sempre un mucchio di progetti tra le mani. Lavorava in proprio ed era molto ricercato, essendo uno tra i migliori nel campo. “Peccato che non mi ricerchino anche le donne”, si sorprese a pensare. Scrollò la testa per cacciare via quella riflessione, ma la verità era che, dopo la separazione da sua moglie, il rapporto con una donna non aveva più rappresentato la priorità. Ma ora era spuntata Hope ed era dannatamente bella. Quel caratterino vivace, poi, lo attraeva moltissimo. “Ma che ti succede, Richard? Che ti salta in mente?”.

    Il silenzio capeggiava ancora quel momento, lasciando che ognuno dei tre lottasse con le proprie emozioni. La pioggia aveva interrotto la sua insistente discesa e le nuvole si stavano arrendendo pian piano alla spinta del sole. Le onde del mare si erano tranquillizzate, fungendo da armoniosa melodia. Dei suoni in lontananza si unirono a quella melodia, echeggiando delicati nelle orecchie di Hope, Bobby e Richard. Andavano via via avvicinandosi, divenendo sempre più assordanti, tanto da farli scuotere dal loro flusso di pensieri.

    – È arrivata l’ambulanza. – disse Bobby.
    – Grazie, nonno, l’ho sentita anch’io. – rispose acidamente Hope.
    Richard notò che Bobby alzò gli occhi al cielo, senza contestare. Quasi certamente era una vecchia storia, il rapporto tra i due doveva essere stato un po’ ballerino, come se avesse oscillato tra amore e odio. Accolse così la resa di Bobby e l’asprezza di Hope e provò ad alleggerire la tensione.
    – Be, volevamo stare qua tutto il giorno? – fu la prima cosa che gli venne in mente. “Che stupido!”, si maledisse per quell’intervento banale.
    I soccorritori arrivarono giusto in tempo per interrompere il disagio e l’imbarazzo. Dopo aver ascoltato lo svolgersi dei fatti ed essersi assicurati dello stato di Hope, le posizionarono il collare, pronti a portarla all’ospedale. Le avevano trovato anche la tibia sinistra fratturata. Il miscuglio di adrenalina, sorpresa ed emozioni del passato aveva celato ai tre questo particolare. Hope si accorse infatti del dolore solo quando uno dei soccorritori le toccò la gamba.
    – È stata fortunata, signorina. In un incidente del genere, avrebbe anche potuto morire. C’è qualche parente qui? –
    – Sì, io sono il nonno. – affermò Bobby.
    – Può venire con noi in ospedale, se vuole. –
    – Io, veramente.. – Bobby era titubante.
    – Non importa, nonno. Farò poi chiamare la mamma, mi raggiungerà lei. – Il suo tono si ammorbidì.
    Quando lo guardò, lui teneva gli occhi bassi, come se provasse vergogna. Per tutto quel tempo era sparito e non aveva dato notizie di sé. Ad ogni modo, l’apprensione che le aveva dimostrato quella mattina, l’aveva colpita e lei aveva capito. Malgrado la sofferenza che aveva patito per la sua voluta distanza, aveva capito che il dolore per la morte della nonna era stato insostenibile e l’aveva spinto a compiere persino azioni estreme. Non solo si era drasticamente allontanato dalla sua famiglia ma aveva, nel tempo, iniziato a bere e provato anche a togliersi la vita. Ciò nonostante, l’amore per lei era rimasto saldo e ancora vivo. La rabbia iniziale di Hope si tramutò in compassione; non poteva perderlo di nuovo.
    – Ci vediamo a casa, nonno. –
    – Hope, io non credo che tua madre sarà contenta.. –
    – La mamma capirà. Sai dove abitiamo. –
    – Tesoro, mi sei mancata moltissimo.. –
    – Mi sei mancato anche tu, nonno. – gli sorrise, felice di averlo ritrovato.
    I soccorritori, dopo averla bloccata e caricata sulla barella, la portarono via, avviandosi verso l’ambulanza.

    Bobby la vide scomparire dentro il mezzo. Doveva assolutamente riprendersi dalla sbronza e rimettersi in sesto. Quella sera aveva intenzione di rivedere anche sua figlia. Non sarebbe stato facile, ma era arrivato il momento di tornare a casa e dare una svolta alla sua vita. Non pretendeva il perdono, tuttavia confidava nella comprensione dell’unica figlia che la sua amata moglie le aveva regalato. Distolse lo sguardo dall’ambulanza e sorprese Richard fissare il vuoto.
    – E tu che fai ancora qui? –
    – Come? –
    – Sì, dico a te. Avanti, giovanotto, l’ho detto anche prima, non sono rincitrullito! Questo terremoto è servito a qualcosa oppure no? Corri da lei, prima che attacchino le sirene. –
    – Signore, io.. –
    – Sbrigati! Certi terremoti non capitano così spesso. – gli strizzò l’occhio, in segno d’intesa.
    Richard non se lo lasciò ripetere e si precipitò da lei. Fermò l’ambulanza appena prima che ingranasse la marcia, parandosi di fronte con le mani in aria, in segno di stop.
    – Ferma! – urlò.
    – Ha dimenticato qualcosa? – chiese l’autista.
    – Sì, mi sono accorto adesso di avere la mano destra gonfia, mi fa molto male. Non è che potreste darle un’occhiata? –
    – D’accordo, salga dietro. Il mio collega gliela guarderà. –
    – La ringrazio molto. – disse Richard.
    – Venga, si sieda qui. – Il soccorritore lo fece accomodare sul sedile, vicino alla barella in cui era sdraiata Hope. – Ha preso una bella botta; è gonfia e sta cominciando a diventare nera. –
    – Sì, in effetti ho notato che mi faceva male soltanto adesso. Col terremoto, l’aver soccorso la signorina e tutto il resto, non ci avevo badato. –
    – Potrebbero esserci delle microfratture. Porteremo anche lei al pronto soccorso, così potranno farle degli esami. Ha detto che è caduto da un albero, vero? –
    – Esatto. La signorina non ha avuto pietà, quando ci è finita dentro. – disse, con ironia.

    Hope non si ricordava molto ma, immaginandosi l’accaduto, a quel punto non poté fare a meno di sorridere. Le piaceva quell’uomo. Aveva visto come la guardava e, soprattutto, l’aveva salvata, rischiando a sua volta la vita. Rimase nuovamente incantata dal suo sguardo e dal suo aspetto sicuro ma trasandato. Arrossì, suo malgrado.

    – Sono desolata. – le parole le uscirono in un sussurro. Non era nella sua indole mostrarsi così riservata in quelle situazioni. Di solito era lei la dura, perciò si riscosse e, in maniera molto puntigliosa, aggiunse: – Certo, non che tu abbia un gran senso dell’equilibrio. –
    – No, è vero. Colpa anche del vulcano, comunque. –
    – Bene, signore, si metta la cintura. Siamo pronti a partire. – li interruppe il soccorritore che, nel mentre, gli aveva fasciato la mano, applicandogli del ghiaccio. – Vai pure, Jack. – diede il comando alla’autista e l’ambulanza si mise in moto.

    La vettura scorreva lenta ed attenta, in mezzo ad un paesaggio malridotto. L’eruzione del vulcano aveva causato danni ingenti e le squadre dei vigili del fuoco erano già arrivate sul posto da un pezzo. Si arrovellavano per cercare di porre rimedio a quei disastri; purtroppo non era la prima volta. Si trattava di uno dei pochi vulcani attivi sull’isola e non si era ancora trovato un modo adeguato per contenere i guai. Richard sbirciava lo scenario da dietro il finestrino scorrevole dell’ambulanza. Sentiva gli occhi di Hope posati su di lui, o forse era solo una sua sensazione. Quando si voltò, capì di non essersi sbagliato. Lei tolse furtivamente lo sguardo, quasi con aria colpevole, e rimase in silenzio.

    – Come ti senti? – le chiese.
    Lei si girò di scatto, come se non si aspettasse di udire la sua voce.
    – Meglio. Con questa flebo di antidolorifici, sta sparendo anche il mal di testa. –
    – Mi fa piacere. – si ammutolì. Avrebbe voluto farle conoscere i suoi sentimenti, arrivati così, senza preavviso, ma non sapeva da dove cominciare.
    – A cosa stai pensando? – La domanda lo fece sobbalzare.
    – Oh, a niente. – le rispose con un debole sorriso. Sapeva che non gli avrebbe creduto e questo lo fece innervosire ancora di più. Poi si ricordò di quello che gli aveva detto il vecchio, e si buttò. – No, non è vero. Pensavo che un giorno, se ti va, potrei invitarti a cena. –
    – Ti è venuta fame? – lo punzecchiò Hope.
    – No, credo di essermi innamorato. –

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